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Cronaca 2 min di lettura5 ott

Tumore ovarico, la cura c’è ma il test divide le pazienti

Le associazioni chiedono al ministero della Salute regole e fondi nazionali per rendere uniforme l’accesso al test FRα/FOLR1 e alla terapia mirata.

Per alcune pazienti con tumore ovarico la disponibilità di una terapia rimborsata non coincide ancora con la possibilità concreta di riceverla. Il punto critico è il test FRα/FOLR1, indispensabile per stabilire chi può accedere al mirvetuximab soravtansine: oggi esecuzione, finanziamento e remunerazione dell’esame cambiano da una Regione all’altra.


La diagnosi può cambiare regione

Acto Italia, Loto, ALTo e All.Can Italia hanno scritto al ministero della Salute chiedendo un intervento nazionale, con soluzioni normative, organizzative ed economiche. Secondo le quattro realtà, farmaco e test devono essere garantiti insieme, perché l’assenza di uno dei due rende soltanto teorica l’innovazione terapeutica.

Il test immunoistochimico individua l’espressione del recettore alfa dei folati, noto come FRα/FOLR1, e consente di selezionare le pazienti potenzialmente adatte al trattamento mirato. In assenza di una procedura omogenea, donne con condizioni cliniche simili possono avere opportunità differenti in base alla Regione, all’ospedale o al centro oncologico di riferimento.


Una richiesta per il Servizio sanitario

Le associazioni propongono di inserire l’esame nei Livelli essenziali di assistenza e di definire una tariffa specifica. In attesa dell’aggiornamento dei LEA, chiedono inoltre un fondo nazionale temporaneo che permetta alle strutture del Servizio sanitario nazionale di sostenere il costo del test per tutte le pazienti potenzialmente eleggibili.

«L’innovazione terapeutica ha valore soltanto quando è realmente accessibile», ha dichiarato Ilaria Bellet, presidente di Acto Italia. Sandra Balboni, alla guida di Loto, ha invece richiamato il rischio che anche il ritardo di un esame diagnostico faccia perdere un’opportunità di cura: «Il tempo della diagnosi è tempo di cura e chiediamo che l’aspettativa di vita non dipenda più dal codice di avviamento postale della paziente».

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Numeri e urgenza clinica

In Italia oltre 52.000 donne vivono con una diagnosi di tumore ovarico e ogni anno vengono registrati più di 5.400 nuovi casi. La malattia viene spesso scoperta in fase avanzata e può ripresentarsi; per questo, individuare rapidamente il trattamento più appropriato assume un peso particolare, soprattutto nelle forme resistenti al platino.

Il mirvetuximab soravtansine rappresenta una nuova opzione in un quadro clinico segnato a lungo da possibilità terapeutiche limitate. Maria Teresa Cafasso, presidente di ALTo, ha sottolineato che il test ha un costo contenuto, riguarda una platea circoscritta ed è già utilizzato nella pratica clinica.


Il confronto arriva in Senato

La questione sarà discussa lunedì 27 ottobre, dalle 10 alle 11, durante la conferenza stampa «Tumore ovarico platino-resistente: il tempo della diagnosi è tempo di cura». L’appuntamento si svolgerà nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, su iniziativa della senatrice Elena Murelli, con la partecipazione di istituzioni, specialisti e rappresentanti delle pazienti.

L’obiettivo dell’incontro è individuare modalità concrete per inserire il test nel percorso diagnostico e assistenziale, garantendo un accesso tempestivo, uniforme e sostenibile. Per le organizzazioni firmatarie, il principio dovrebbe valere per ogni trattamento oncologico guidato da un biomarcatore: alla terapia autorizzata e rimborsata deve corrispondere la disponibilità del test validato che ne consente la prescrizione.

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