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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Peste polmonare, il vaccino non basta: cosa può chiarire il caso russo

La protezione disponibile riguarda soprattutto la forma bubbonica, mentre per capire l’origine del decesso servono analisi molecolari, monitoraggio dei contatti e sequenziamento

Il vaccino utilizzato storicamente negli istituti antipeste dell’ex area sovietica potrebbe non aver protetto la donna dalla forma respiratoria della malattia. Il preparato EV76 offre infatti una copertura considerata discreta contro la peste bubbonica, trasmessa dalle pulci, ma non garantisce la stessa efficacia quando l’infezione avviene attraverso aerosol.


La protezione contro l’aerosol resta limitata

Francesco Broccolo, microbiologo dell’Università del Salento, ricorda che il limite è noto da tempo e riguarda anche il precedente vaccino statunitense, poi abbandonato proprio per la scarsa tutela nei confronti della peste polmonare. «A oggi non esiste al mondo un vaccino licenziato ed efficace contro la peste polmonare», ha osservato l’esperto.

I candidati basati sulle componenti F1-V non hanno ancora completato il percorso di sviluppo clinico. Il dato contribuisce a spiegare perché la vaccinazione del personale non possa, da sola, chiarire l’accaduto né escludere un’esposizione particolarmente intensa al batterio.


Tre verifiche per arrivare alla risposta

Una prima conferma dovrebbe arrivare da un referto molecolare capace di individuare con precisione l’agente responsabile. Nel caso di Yersinia Pestis, secondo Broccolo, la ricerca dovrebbe essere condotta con la reazione a catena della polimerasi, meglio nota come Pcr, prendendo in esame almeno tre bersagli: solo così sarebbe possibile caratterizzare in modo affidabile il ceppo.

Restano poi due passaggi decisivi: verificare se compaiono altre persone contagiate e ottenere la sequenza genetica del batterio. Quest’ultima analisi permetterebbe di definire con maggiore certezza il materiale infettivo e di confrontarlo con ceppi già noti, mentre l’osservazione dei contatti può indicare se la trasmissione sia effettivamente iniziata.

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Il calendario pesa sul rischio

La sequenza temporale alimenta i sospetti, ma non basta ancora a chiudere il caso. La donna sarebbe stata esposta il 25 settembre, ha manifestato i sintomi ed è stata ricoverata il 29 per una polmonite grave; dopo l’intubazione è morta tra il primo e il 2 ottobre, in meno di 72 ore.

«L’incubazione della peste polmonare è di uno-quattro giorni», ha spiegato Broccolo, aggiungendo che, senza terapia, il decesso può arrivare entro due-quattro giorni dall’esordio. L’esperto ha sottolineato anche la rarità di un decorso simile in una donna di 28 anni senza patologie note, oltre alla dose inalatoria molto bassa necessaria per infettarsi: possono bastare poche centinaia di batteri.


Nessun contagio secondario finora

Un elemento particolarmente rilevante sarà ciò che accadrà al personale che ha assistito la paziente in terapia intensiva. L’intubazione, eseguita quando la carica batterica può essere elevata, è considerata una procedura capace di produrre grandi quantità di aerosol; inoltre, la rottura di una provetta contenente una coltura liquida densa può disperdere rapidamente particelle respirabili fino agli alveoli.

Broccolo ha definito «trascurabile» il pericolo attuale per l’Italia e ha ricordato che esistono sia una cura efficace e poco costosa sia una profilassi dopo l’esposizione. L’assenza, finora, di casi secondari rappresenta il segnale più rassicurante: se gli operatori coinvolti nell’intubazione non sviluppassero la malattia entro il 10 ottobre, la catena di trasmissione potrebbe non essersi avviata.

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