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Cronaca 2 min di lettura6 giorni fa

Scuola sotto pressione: perché i metal detector non bastano

Psichiatri e criminologi chiedono più ascolto e supporto nelle classi, mentre social, isolamento e imitazione alimentano il rischio tra i giovanissimi.

Le famiglie e gli adulti, osservano gli esperti, spesso non colgono fino in fondo quanto in fretta sia cambiato l’ambiente digitale in cui crescono i ragazzi. In questa cornice, la richiesta principale è un’altra: più presenza psicologica negli istituti e meno fiducia nelle sole misure di sorveglianza.


L’allarme per chi cresce online

Per Federico Tonioni, psichiatra e responsabile del Centro per il cyberbullismo del Policlinico Gemelli di Roma, la risposta non passa dai controlli agli ingressi. L’idea di schierare carabinieri e metal detector negli edifici scolastici, sostiene, rischia di non incidere davvero sul problema.

Il punto, secondo lui, è intercettare il disagio prima che esploda. Tonioni insiste sul fatto che gli studenti hanno bisogno di ascolto e che la figura più utile, dentro le scuole, è quella dello psicologo.


I social e la spinta a imitare

Marco Dugato, ricercatore senior del Centro studi di criminologia Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, legge i casi recenti di aggressioni come il segnale di più fattori che si sommano. Tra questi cita la vicinanza temporale degli episodi, l’effetto imitativo tra i più giovani e una crescente abitudine alla violenza, ormai vissuta come qualcosa di normale.

Dugato sottolinea anche un altro passaggio: molti ragazzi attraversano fasi di isolamento e ritiro, e proprio online cercano un’identità. In alcuni gruppi e chat, aggiunge, finiscono per incontrare modelli in cui prevaricazione e aggressività sembrano offrire una sicurezza solo apparente.

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Violenza sempre più precoce

L’esperto collega l’aumento dell’attenzione ai casi di cronaca anche all’età più bassa di chi entra in contatto con questi contenuti. Non solo i protagonisti degli episodi sarebbero sempre più giovani, ma anche il consumo di materiale violento sui social inizierebbe prima, coinvolgendo perfino preadolescenti e bambini.

A questo si somma, spiega ancora Dugato, una forte attrazione per storie di crimini e fatti di sangue, alimentata da serie tv, podcast e post di influencer. Il risultato è una progressiva desensibilizzazione, che rende la violenza meno eccezionale agli occhi dei più piccoli.


Prevenzione da iniziare presto

Tonioni allarga il discorso alla vita quotidiana dei ragazzi, sempre più assorbita da schermi portatili e interattivi. Secondo lui, i giovani si muovono tra il bisogno di apparire e la paura del giudizio, dentro una relazione costante con lo smartphone che viene percepito quasi come un’estensione di sé.

Per questo la prevenzione, a suo avviso, dovrebbe cominciare già alle elementari e coinvolgere anche gli adulti. L’evoluzione tecnologica è stata così rapida, osserva, da aver lasciato indietro le difese culturali dei genitori: spesso i bambini entrano nei social proprio attraverso i contenuti pubblicati dalla famiglia, e in questo vuoto si sono affermate forme nuove di assenza genitoriale.

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