Padovani: il progetto Rapid segnala lacune nelle cure Alzheimer
Il documento propone percorsi più uniformi e un uso mirato delle terapie innovative nelle diverse aree italiane
Il progetto Rapid ha fotografato le differenze nell’assistenza alle persone con Alzheimer e ha indicato possibili interventi per rendere più omogenei diagnosi e trattamenti. Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Brescia e dell’Asst Spedali Civili, ne ha parlato in occasione della pubblicazione del documento di consenso.
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Percorsi diversi tra territori
L’iniziativa, avviata due anni fa, ha riunito neurologi, geriatri, medici di medicina generale e responsabili di strutture e organizzazioni sanitarie. Il lavoro è stato realizzato con il supporto di Eisai Italia e il coordinamento metodologico di Iqvia.
Dall’analisi è emersa una forte disomogeneità nell’organizzazione dei servizi. Le differenze riguardano sia le regioni del Nord e del Sud sia il rapporto tra grandi città e aree provinciali più isolate, con percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali non sempre uniformi.
Padovani ha spiegato che Rapid è servito a capire “qual è lo stato dell’arte” dopo l’introduzione dei nuovi medicinali per l’Alzheimer e a individuare carenze, problemi organizzativi e possibili soluzioni. Tra le indicazioni raccolte figura l’esigenza di costruire un sistema sostenibile, capace di rispondere ai bisogni concreti delle persone malate.
Il ruolo dei centri e della rete territoriale
Secondo il neurologo, i Centri per i disturbi cognitivi e le demenze non riescono oggi a coprire completamente le necessità di cura, diagnosi e trattamento. Il documento richiama quindi la territorializzazione dell’assistenza, le Case della comunità e il contributo delle unità di valutazione multidimensionale, in linea con alcune disposizioni del decreto ministeriale 77.
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Il progetto ha inoltre posto il problema della distribuzione delle competenze tra neurologia e geriatria e della collaborazione tra più specialisti. Molti pazienti arrivano alla diagnosi con altre malattie croniche, condizioni che possono rendere più complessa la gestione dell’Alzheimer e richiedono una presa in carico coordinata.
Terapie mirate e diagnosi appropriate
Padovani ha ricordato che le terapie disponibili possono modificare l’evoluzione della malattia, ma non sono in grado di bloccarla. Per questo, ha sottolineato, occorre distinguere le persone che possono ottenere un beneficio da quelle per cui il trattamento non sarebbe utile e valutare in anticipo il rischio di effetti indesiderati.
La diagnosi mantiene un ruolo centrale, ma il progetto invita a evitare esami che non producano conseguenze sulle decisioni cliniche. Rapid ha definito anche le funzioni dei centri di primo e secondo livello e ha ribadito la necessità di standardizzare i percorsi, con una maggiore integrazione tra i servizi.
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