Mense scolastiche, la proposta del pediatra: maiale fuori per includere tutti
Italo Farnetani invita a puntare su pasti uguali per gli alunni, valorizzando al tempo stesso i sapori e la cultura gastronomica del territorio.
Per Italo Farnetani, l’inclusione a scuola passa dalla condivisione di esperienze comuni, anche durante il pranzo. Escludere dalla mensa alimenti che alcune confessioni religiose non consumano, come la carne di maiale, può evitare differenze visibili tra gli alunni e rendere più semplice proporre un unico menu.
Il pediatra ritiene però altrettanto importante che la ristorazione scolastica mantenga un legame con la cucina locale. La scuola, secondo la sua impostazione, dovrebbe trasmettere un patrimonio alimentare comune, mentre le consuetudini gastronomiche delle singole famiglie possono continuare a essere coltivate tra le mura domestiche.
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Il menu comune come scelta inclusiva
Un ruolo decisivo spetta anche al rapporto tra istituto scolastico e genitori. Le famiglie dovrebbero conoscere con precisione ciò che viene servito a pranzo, così da organizzare cene e pasti dei giorni successivi senza ripetere gli stessi alimenti e mantenendo una rotazione adeguata.
La varietà quotidiana, osserva Farnetani, è un elemento centrale dell’educazione alimentare. Sapere in anticipo quali pietanze saranno consumate a scuola permette di completare meglio l’alimentazione dei bambini nell’arco della giornata e della settimana.
Nel confronto acceso dalle decisioni adottate in alcune scuole italiane, il pediatra propone dunque di eliminare la carne suina dai menu quando tra gli iscritti vi siano bambini musulmani, ebrei o appartenenti ad altre religioni che ne vietano il consumo. L’obiettivo sarebbe offrire a tutti la stessa pietanza, senza ricorrere a menu separati o creare simboliche divisioni tra gruppi.
Nutrizione e appartenenza non coincidono
La posizione di Farnetani non nasce da un allarme sanitario. All’interno di un regime alimentare completo, la carne di maiale non presenta, a suo giudizio, particolari rischi per i bambini; l’eventuale rinuncia nelle mense avrebbe quindi una motivazione organizzativa, educativa e sociale.
Durante la crescita, infatti, il rapporto con i coetanei influenza comportamenti, gusti e abitudini. Il modo di vestirsi, gli interessi e anche le preferenze a tavola possono diventare segnali di appartenenza, un processo che secondo l’esperto è oggi rafforzato dall’uso dei social media.
Per questo Farnetani considera più inclusivo ciò che riunisce gli alunni attorno alla stessa esperienza, invece di accentuare le differenze. La mensa dovrebbe diventare uno spazio condiviso, nel quale il pranzo non renda immediatamente riconoscibili le appartenenze religiose o culturali dei bambini.
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La cucina locale resta centrale
Diverso, per il pediatra, è il caso dell’inserimento abituale di ricette estranee alla tradizione del territorio con l’intento di rappresentare altre culture. Piatti come il pollo al curry o il cous cous possono avere un valore gastronomico, ma la loro presenza sistematica non costituirebbe automaticamente una politica di integrazione.
Farnetani riassume la propria idea con l’espressione «radici e ali»: i bambini hanno bisogno di conoscere l’ambiente culturale in cui vivono e, nello stesso tempo, di aprirsi alla pluralità del mondo. La mensa può contribuire a entrambi gli obiettivi, partendo dai prodotti e dai sapori della zona.
Le identità alimentari regionali sono legate alla storia dei luoghi, alle coltivazioni, agli allevamenti, alla pesca e alle produzioni tipiche. Ogni area italiana ha sviluppato consuetudini proprie, che il pediatra considera una componente del patrimonio culturale da trasmettere anche attraverso la scuola.
Sapori diversi, una comunità comune
Le osservazioni maturate da Farnetani in circa 20 anni di studi sulla nutrizione infantile indicano che i gusti dei bambini cambiano da una regione all’altra. In Sicilia, per esempio, il cous cous può essere percepito come un piatto familiare e tradizionale; in Lombardia un ruolo analogo può appartenere al risotto allo zafferano.
Questa varietà, secondo l’esperto, non dovrebbe essere cancellata, ma utilizzata come occasione di conoscenza. Ai bambini arrivati da altri Paesi, familiarizzare con i piatti del luogo in cui abitano può aiutare a sviluppare un legame con la comunità e con i compagni.
L’apertura alla cucina locale non implicherebbe l’abbandono delle ricette trasmesse nelle famiglie. Le tradizioni domestiche resterebbero parte dell’identità di ciascun bambino, mentre la scuola avrebbe il compito di offrire un’esperienza alimentare condivisa e accessibile a tutti.
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