Femminicidi, la notte non passa: perché servono uomini nuovi
Dal delitto del Circeo alla morte di Lorena Isceri, la violenza contro le donne interroga soprattutto gli uomini e la loro responsabilità nel cambiamento.
A unire storie lontane mezzo secolo non è soltanto la violenza subita dalle vittime, ma anche la voce di alcuni padri. Gino Cecchettin e Franco Isceri hanno scelto di parlare agli uomini, chiedendo che il dolore non resti confinato alla cronaca nera o alle aule di tribunale.
Due padri rompono il silenzio
Gino Cecchettin, il padre di Giulia, già nei mesi successivi alla morte della figlia, nell’inverno del 2023, aveva rivolto un appello alla responsabilità collettiva. Durante la cerimonia nella basilica di Santa Giustina, a Padova, aveva detto: «Siamo tutti coinvolti, per questo siamo noi i possibili agenti del cambiamento».
Franco Isceri, papà di Lorena, ha invece registrato un video dalla sua abitazione di Squinzano. Il suo messaggio era rivolto alle donne, alle forze politiche e alla scuola: un abbraccio alle vittime, l’invito a non trasformare i femminicidi in un terreno di divisione e la richiesta di introdurre l’educazione affettiva negli istituti. Sono parole che spostano il discorso dal lutto alla prevenzione.
Dal Circeo a un’autostrada
Il 30 settembre 1975 un metronotte udì rumori provenire da una Fiat 127 bianca lasciata in via Pola, a Roma. All’interno del vano posteriore, chiuso in sacchi di plastica, i carabinieri trovarono Donatella Colasanti, 17 anni, ancora viva, e Rosaria Lopez, 19, già morta da alcune ore. Donatella era riuscita a richiamare l’attenzione battendo contro il portellone.
Le due ragazze erano state aggredite, violentate e torturate in una villa del Circeo da Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido. Cinquant’anni dopo, il 3 settembre 2026, un’altra donna si è trovata prigioniera di un bagagliaio: Lorena Isceri, 45 anni, ha usato il telefono per chiedere aiuto e ha mantenuto il contatto con il 112 per 20 minuti, mentre la polizia tentava di arrivare all’auto ferma sull’A1, nei pressi di Barberino di Mugello.
L’intervento non è riuscito a impedirne la morte. Federico Vella, suo ex fidanzato, ha aperto il portellone, l’ha afferrata e l’ha gettata ancora viva dal viadotto; subito dopo si è tolto la vita. A Firenze, una fiaccolata ha ricordato Lorena, mentre il confronto pubblico continua a interrogarsi su ciò che lega episodi così distanti.
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La violenza non è una calamità
La domanda non riguarda soltanto il tempo trascorso dal massacro del Circeo. Se le donne continuano a essere uccise da uomini che pretendono di possederne la vita, non basta attendere che la tempesta passi per poi ricominciare tutto da capo. La violenza non può essere trattata come un evento inevitabile, simile a una calamità naturale.
Per questo il racconto deve uscire dal solo perimetro giudiziario e dall’immagine del “mostro” colpito da un raptus. In molti casi, osserva questa riflessione, la violenza nasce invece da condotte preparate e da una cultura del controllo. La responsabilità maschile deve diventare visibile, condivisa e affrontata prima che sia troppo tardi.
Il cambiamento non arriva per decreto
La struttura patriarcale, trasmessa attraverso generazioni ma non inscritta nella natura, può essere messa in discussione. Tuttavia, proprio quando il potere e le sue regole vengono contestati, può aumentare la reazione di chi non accetta di perdere il controllo sulle donne.
La notte, dunque, non finisce con una legge o con un singolo provvedimento. Servono attenzione costante, educazione e uomini disposti a riconoscere il proprio ruolo nella trasformazione culturale: è questa la direzione indicata dai padri di Giulia e Lorena.
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