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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Zhang Weiwei sfida l’Europa: «Leadership debole e troppa dipendenza dagli Usa

Il politologo cinese difende il modello di Pechino, contesta la lettura occidentale della guerra in Ucraina e invita l’Unione europea a recuperare autonomia strategica.

Per Zhang Weiwei il vero limite dell’Europa non è soltanto la performance economica, ma la difficoltà di agire in modo indipendente sulla scena internazionale. Il professore cinese considera l’Unione europea troppo legata agli Stati Uniti e giudica la sua classe dirigente nettamente meno preparata rispetto a quella di Pechino.

L’intervista si è svolta al Centro Studi Americani, a margine di un incontro promosso dal Berggruen Institute. Zhang insegna Relazioni internazionali, dirige il China Institute della Fudan University ed è una delle voci pubbliche più note del Paese: oltre all’attività accademica, partecipa al programma politico This Is China, trasmesso da Dragon TV, e registra centinaia di milioni di visualizzazioni sui social.


L’Europa deve ritrovare autonomia

Secondo Zhang, la Cina ha sostenuto a lungo l’integrazione europea e l’idea che il continente potesse costruire una propria autonomia. A suo avviso, però, negli ultimi decenni sarebbe stata l’Europa a cedere parte della propria indipendenza, fino a esporsi eccessivamente alle decisioni di Washington.

Il professore richiama anche le parole di Emmanuel Macron sul rischio che l’Europa finisca in una posizione subordinata agli Stati Uniti. Donald Trump, sostiene Zhang, tende invece a mostrare rispetto soprattutto verso gli Stati e i leader che considera forti, come Vladimir Putin e i vertici cinesi. Da qui l’invito rivolto all’Unione europea a difendere i propri interessi senza inseguire il consenso americano.

«L’Europa merita una leadership migliore», ha affermato Zhang, motivando così il confronto con la classe dirigente cinese. La sua valutazione si fonda sulla diversa esperienza amministrativa dei dirigenti di Pechino, molti dei quali, prima di arrivare ai vertici nazionali, avrebbero governato province con decine o persino oltre cento milioni di abitanti.


Il modello cinese secondo Zhang

Al centro della sua visione c’è l’idea della Cina come “Stato-civiltà”. Il Paese, nella sua lettura, non sarebbe assimilabile a uno Stato-nazione moderno di tipo europeo, perché unirebbe una struttura statale contemporanea di dimensioni imponenti a una tradizione politica sviluppatasi senza interruzioni per millenni.

Zhang fa risalire questa continuità alla prima unificazione del 221 avanti Cristo e ricorda la lunga storia della selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali, introdotti circa 1.500 anni fa. Per lui, questa eredità spiega anche l’importanza attribuita oggi all’esperienza amministrativa e alla scelta dei dirigenti sulla base delle loro competenze.

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Da questa prospettiva deriva la sua critica ai criteri politici occidentali. Multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale, sostiene, non possono essere usati automaticamente come parametri validi per misurare ogni sistema politico. Zhang considera quella cinese «tra le leadership più competenti al mondo» e descrive quella dell’Unione europea come «molto debole» e «molto al di sotto» del livello raggiunto da Pechino.


Commercio e guerra in Ucraina

Sul piano economico, il professore ridimensiona la preoccupazione europea per l’ampio surplus commerciale cinese. A suo giudizio, una parte rilevante delle esportazioni verso l’Europa riguarda beni prodotti in Cina da aziende europee, soprattutto automobilistiche. Inoltre, aggiunge, nei servizi sarebbe la Cina ad avere un saldo negativo nei rapporti con l’Unione.

Considerando anche i profitti delle imprese europee e il commercio dei servizi, secondo Zhang il divario apparirebbe quindi meno ampio. La posizione ufficiale cinese, spiega, non punta né a mantenere un avanzo né ad accumulare un disavanzo: l’obiettivo dovrebbe essere ampliare i benefici reciproci. Una guerra commerciale, avverte, danneggerebbe entrambe le parti.

La sua lettura dei rapporti internazionali si riflette anche sul conflitto ucraino. Zhang riprende la posizione di Pechino secondo cui l’espansione della Nato avrebbe contribuito in modo decisivo all’apertura della crisi e definisce «irrazionale» l’ipotesi, sostenuta in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile conflitto con la Russia entro la fine del decennio.


Le profezie rivendicate dal professore

Il politologo ricorda infine il confronto avuto nel 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. In quell’occasione, le due interpretazioni della modernizzazione erano apparse opposte: Fukuyama poneva al centro le istituzioni liberaldemocratiche, mentre Zhang sosteneva l’esistenza di percorsi alternativi indicati dalla crescita cinese.

A distanza di quindici anni, Zhang rivendica alcune previsioni formulate allora. Dice di aver messo in dubbio l’ottimismo suscitato dalle Primavere arabe, ipotizzando una successiva fase di instabilità; di aver sostenuto che anche il sistema politico statunitense avesse bisogno di riforme profonde; e di aver collegato la crescita del populismo alla possibilità di una crisi delle democrazie occidentali e dell’ascesa di Donald Trump.

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