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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Zhang Weiwei sfida l’Europa: «La Cina ha una leadership migliore

Il professore cinese difende il modello di Pechino, accusa l’Europa di aver perso autonomia e chiede di evitare una guerra commerciale con la Cina.

L’Europa dovrebbe smettere di cercare l’approvazione degli Stati Uniti e recuperare una propria linea strategica. È questa una delle tesi più nette sostenute da Zhang Weiwei, docente di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, secondo cui la classe dirigente cinese sarebbe molto più preparata di quella dell’Unione europea.

Zhang è una delle voci pubbliche più conosciute in Cina. Insegna all’università, conduce il programma politico This Is China su Dragon TV e ha raccolto centinaia di milioni di visualizzazioni sui social. Nel maggio 2021 ha inoltre parlato davanti al Politburo del Partito comunista presieduto da Xi Jinping, concentrandosi sulla necessità per Pechino di migliorare il modo in cui racconta sé stessa al mondo.


La sfida al modello europeo

Alla base del suo pensiero c’è la definizione della Cina come “Stato-civiltà”. Secondo Zhang, il Paese non può essere valutato soltanto con le categorie dello Stato-nazione moderno sviluppatesi in Europa: la Cina sarebbe piuttosto il risultato della fusione tra un apparato statale contemporaneo di dimensioni enormi e una tradizione politica rimasta ininterrotta per millenni.

Il professore collega questa continuità alla prima unificazione della Cina, avvenuta nel 221 avanti Cristo, e alla lunga pratica di selezionare i funzionari attraverso esami imperiali. A suo giudizio, molti dirigenti cinesi hanno amministrato province con decine di milioni di abitanti, talvolta più di cento milioni, prima di raggiungere i vertici nazionali. Da qui la sua valutazione: «Considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo». Dell’Unione europea, invece, dice che la sua guida è «molto debole» e «molto al di sotto» di quella cinese.

Questa lettura si contrappone all’idea che multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale costituiscano criteri validi ovunque per misurare efficacia e legittimità di un sistema. Il confronto con Francis Fukuyama del 2011, autore de “La fine della storia”, resta un passaggio centrale nella narrazione di Zhang: da una parte le istituzioni liberaldemocratiche come modello della modernizzazione, dall’altra la convinzione che la crescita cinese dimostri l’esistenza di percorsi differenti.


Commercio, Pechino cerca equilibrio

Sul piano economico, Zhang riconosce che l’Unione europea registra uno squilibrio nei rapporti commerciali con la Cina, ma invita a leggere i dati in modo più ampio. Una parte del surplus cinese, sostiene, deriva da merci prodotte in Cina da imprese europee, soprattutto automobilistiche, e successivamente vendute nel mercato europeo.

Il calcolo dovrebbe includere anche gli scambi nei servizi, settore nel quale sarebbe la Cina ad avere un disavanzo nei confronti dell’Europa, oltre ai profitti realizzati dalle società europee. Per il professore, considerando tutti questi elementi, la distanza tra le due economie risulterebbe meno marcata di quanto indicato dalle sole esportazioni di beni.

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La posizione ufficiale di Pechino, nella sua ricostruzione, non punta a conservare né un avanzo né un deficit permanente. L’obiettivo sarebbe ampliare i benefici reciproci, aumentando la dimensione complessiva degli scambi. Una guerra commerciale, avverte Zhang, danneggerebbe entrambe le parti e sarebbe «semplicemente stupida».


Europa tra Washington e Pechino

Secondo Zhang, negli ultimi decenni la Cina ha sostenuto l’integrazione europea e una maggiore autonomia del continente. A suo giudizio, è stata invece l’Europa a ridurre la propria indipendenza, fino a esporsi al rischio di diventare subordinata agli Stati Uniti. Anche Emmanuel Macron, ricorda, ha usato parole dure sul possibile ruolo di “vassallo” di Washington.

Il professore ritiene che Donald Trump guardi con sufficienza all’Unione europea e rispetti soprattutto i Paesi e i leader che considera forti. Nella sua interpretazione, il presidente americano avrebbe un atteggiamento di maggiore rispetto verso Vladimir Putin e verso la dirigenza cinese. Per questo l’Europa, sostiene, dovrebbe difendere i propri interessi senza tentare di conquistare il favore degli Stati Uniti.

La stessa impostazione emerge quando Zhang parla della guerra in Ucraina. L’allargamento della Nato viene indicato come una delle cause principali del conflitto, mentre l’ipotesi, sostenuta in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio viene definita «irrazionale».

Zhang rivendica inoltre di avere previsto il fallimento dell’ottimismo seguito alle Primavere arabe, da lui associate a un possibile “inverno arabo”, e di aver segnalato la necessità di riformare anche il sistema politico statunitense. A suo avviso, gli avvertimenti sul populismo e sulla crisi delle democrazie occidentali hanno trovato conferma nell’ascesa di Donald Trump. L’intervista si interrompe mentre il professore richiama la tradizione cinese di opposizione alle superpotenze e le guerre combattute da Pechino contro di esse.

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