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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Zhang Weiwei sfida l’Europa: «Leadership molto debole

L’intellettuale cinese difende il modello di Pechino, accusa l’Europa di aver ceduto autonomia agli Stati Uniti e chiede di evitare una guerra commerciale.

La Cina non vuole uno scontro economico con l’Europa, ma secondo Zhang Weiwei il problema principale del continente è la perdita di autonomia politica e strategica. Il professore della Fudan University considera invece la classe dirigente cinese tra le più preparate al mondo e giudica quella dell’Unione europea nettamente più fragile.

Zhang ha espresso queste posizioni durante un confronto al Centro Studi Americani, organizzato dal Berggruen Institute, con studiosi e rappresentanti dell’area euro-atlantica. Il suo tono è rimasto pacato, anche quando ha messo in discussione alcuni dei presupposti più diffusi sul rapporto tra democrazia, modernizzazione e legittimità politica.


La stoccata alla leadership europea

Secondo Zhang, il divario tra Cina ed Europa non riguarda soltanto la capacità economica o amministrativa. L’Unione europea, a suo giudizio, avrebbe bisogno di una guida più autorevole, capace di difendere interessi propri senza cercare continuamente l’approvazione di Washington.

Il professore sostiene che Pechino abbia sempre incoraggiato l’integrazione europea e una maggiore indipendenza strategica del continente. A suo avviso, è stata piuttosto l’Europa a rinunciare gradualmente a una parte della propria autonomia. Emmanuel Macron, ha ricordato, aveva già evocato il rischio per i Paesi europei di trasformarsi in una sorta di dipendenza degli Stati Uniti.


Pechino invita a evitare lo scontro

Sul commercio, Zhang ha riconosciuto l’esistenza di un consistente avanzo cinese nei rapporti con l’Europa, ma ha invitato a leggere il dato nel suo complesso. Una parte delle esportazioni, ha spiegato, riguarda beni prodotti in Cina da gruppi europei, soprattutto automobilistici, e successivamente venduti nel mercato dell’Unione.

Il bilancio cambierebbe inoltre considerando gli scambi nei servizi, settore nel quale sarebbe la Cina a registrare un disavanzo. Sommando anche i profitti delle aziende europee attive sul territorio cinese, secondo Zhang la distanza apparirebbe meno ampia. «Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa», ha affermato, sostenendo che l’obiettivo dovrebbe essere ampliare i vantaggi reciproci anziché contendersi una quota fissa di ricchezza.

La posizione ufficiale di Pechino, nella sua ricostruzione, non punta né a un avanzo permanente né a un passivo nei confronti dell’Europa. La soluzione indicata è una cooperazione capace di aumentare le opportunità per entrambe le parti.


L’idea dello Stato-civiltà

Al centro della sua visione c’è la definizione della Cina come “Stato-civiltà”. Zhang non considera il Paese soltanto uno Stato nazionale formatosi secondo il modello europeo moderno, ma il risultato dell’unione tra una struttura statale di dimensioni imponenti e una tradizione politica ininterrotta da millenni.

Per sostenere questa tesi, richiama l’unificazione del 221 avanti Cristo e la lunga esperienza di amministrazione centralizzata. Il sistema attuale a partito unico, precisa, non può essere sovrapposto senza distinzioni all’assetto politico antico, ma sarebbe l’esito di una continuità storica fondata anche sull’eredità confuciana.

Zhang attribuisce un peso decisivo alla selezione dei funzionari attraverso gli esami per il servizio civile, introdotti circa 1.500 anni fa. Molti dirigenti cinesi contemporanei, osserva, avrebbero governato grandi province prima di raggiungere i vertici nazionali, maturando esperienza su territori con decine di milioni di abitanti e, in alcuni casi, oltre cento milioni.

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Da questa impostazione deriva la sua valutazione più netta: «Considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo». Sull’Unione europea il giudizio è opposto: la sua classe dirigente sarebbe «molto debole» e «molto al di sotto» di quella cinese.


Washington, Mosca e il futuro europeo

Nell’analisi di Zhang, gli Stati Uniti rappresentano oggi un problema per l’Europa anche perché Washington sta cercando di rafforzare alleanze, catene di approvvigionamento e cooperazione tecnologica in funzione della competizione con Pechino. Il continente rischierebbe così di diventare il principale terreno di confronto tra le due potenze.

L’intellettuale cinese attribuisce a Donald Trump una particolare ammirazione per gli Stati e i leader forti. Nella sua interpretazione, il presidente statunitense guarderebbe con rispetto a Vladimir Putin e alla leadership cinese, mentre tenderebbe a sottovalutare l’Unione europea. Per questo, sostiene Zhang, Bruxelles dovrebbe perseguire con maggiore decisione i propri interessi, che non coincidono automaticamente con quelli di Stati Uniti, Russia o Cina.

Anche sulla guerra in Ucraina la sua lettura segue la posizione di Pechino. L’espansione della Nato viene indicata come una delle cause principali del conflitto, mentre l’ipotesi che alcuni Paesi europei si preparino a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio viene definita irrazionale.


Il confronto con Fukuyama

Le sue idee si inseriscono in una critica più ampia al modello liberaldemocratico occidentale. Zhang rifiuta l’idea che multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale possano costituire criteri validi in ogni contesto per misurare efficacia e legittimità di un sistema politico.

Nel 2011 si era confrontato su questi temi con Francis Fukuyama, autore de “La fine della storia”. Da una parte c’era la fiducia nelle istituzioni liberaldemocratiche; dall’altra, la convinzione di Zhang che la crescita cinese dimostrasse l’esistenza di percorsi diversi verso la modernizzazione.

A distanza di quindici anni, Zhang rivendica alcune previsioni formulate allora. Aveva messo in dubbio l’ottimismo legato alle Primavere arabe, ipotizzando una successiva fase di instabilità, e aveva sostenuto che anche il sistema politico americano avesse bisogno di riforme profonde. Aveva inoltre avvertito che il populismo avrebbe potuto indebolire le democrazie occidentali e favorire l’elezione negli Stati Uniti di un presidente più impopolare di George W. Bush, collegando oggi quella previsione all’ascesa di Donald Trump.

La sua lettura resta però controversa: il richiamo alle diverse traiettorie storiche può trasformarsi, secondo i critici, nella giustificazione di qualunque sistema politico come espressione di una particolare civiltà. È proprio su questa contrapposizione tra universalismo liberale ed eccezionalismo storico che continua a svilupparsi il dibattito sul modello cinese.

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