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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Zhang Weiwei sfida l’Europa: «Leadership molto al di sotto della Cina

L’intellettuale vicino alla narrazione di Pechino critica l’autonomia europea, difende il modello cinese e mette in guardia da una guerra commerciale con l’Unione europea.

Secondo Zhang Weiwei, l’Europa sta pagando una perdita di autonomia politica e strategica nei confronti degli Stati Uniti. Il professore cinese considera Washington «un problema» e giudica “irrazionale” l’ipotesi, sostenuta in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile conflitto con la Russia entro la fine del decennio. Sull’Ucraina, la sua lettura coincide con quella di Pechino: l’espansione della Nato avrebbe contribuito in modo decisivo all’origine della guerra.

Nel ragionamento di Zhang ritorna anche la diffidenza cinese verso le superpotenze. A suo avviso, l’Europa dovrebbe difendere i propri interessi senza cercare l’approvazione di Donald Trump o degli Stati Uniti, perché le sue priorità non coincidono necessariamente con quelle americane, russe o cinesi.


L’Europa tra Washington e Pechino

Zhang sostiene che la Cina abbia appoggiato per decenni l’integrazione europea e la costruzione di una maggiore indipendenza continentale. Il cambiamento, nella sua interpretazione, sarebbe avvenuto soprattutto a Bruxelles, dove l’autonomia europea si sarebbe progressivamente ridotta.

Nel confronto con gli Stati Uniti, il professore attribuisce a Trump un atteggiamento di superiorità verso l’Unione europea. La sua lettura del presidente americano è che egli tenda a rispettare soprattutto gli Stati e i leader capaci di mostrarsi forti, citando come esempi Vladimir Putin e la dirigenza cinese. Macron, ricorda Zhang, ha evocato a sua volta il rischio per l’Europa di trasformarsi in un “vassallo” degli Stati Uniti.


Il nodo degli scambi commerciali

Sul rapporto economico tra Cina e Unione europea, Zhang respinge l’idea che il disavanzo europeo racconti da solo la reale dimensione degli squilibri. Una parte delle esportazioni cinesi verso l’Europa, spiega, riguarda beni prodotti in Cina da aziende europee, in particolare nel settore automobilistico.

A questo elemento aggiunge il commercio dei servizi, comparto nel quale sarebbe invece la Cina a registrare un saldo negativo. Considerando anche i profitti delle imprese europee attive in Cina, il divario apparirebbe quindi meno ampio. La posizione di Pechino, secondo Zhang, non punta a conservare né un surplus né un deficit: l’obiettivo dovrebbe essere ampliare i benefici comuni, mentre una guerra commerciale danneggerebbe entrambe le parti.


La difesa dello Stato-civiltà

La sua impostazione si fonda sull’idea che la Cina non possa essere valutata con le sole categorie politiche nate dall’esperienza europea moderna. Zhang definisce il Paese uno “Stato-civiltà”, cioè la combinazione tra una struttura statale contemporanea di dimensioni immense e una tradizione politica sviluppatasi senza interruzioni per millenni.

Nella sua ricostruzione, l’unificazione del 221 avanti Cristo avrebbe inaugurato una lunga continuità di organizzazione politica unitaria. Anche il sistema di selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali, introdotto circa 1.500 anni fa, viene indicato come l’origine storica dell’attenzione cinese per la preparazione amministrativa dei dirigenti.

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La polemica sui modelli politici

Zhang contesta che multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale possano rappresentare criteri validi in ogni contesto. A suo giudizio, la storia della Cina produce parametri differenti per valutare efficienza e legittimità di un sistema politico.

Da questa premessa deriva anche la sua valutazione sulla classe dirigente. Il professore ritiene che molti dirigenti cinesi abbiano maturato esperienza governando province con decine di milioni di abitanti, in alcuni casi più di cento milioni. Per questo definisce la leadership cinese “tra le più competenti al mondo” e considera quella dell’Unione europea “molto debole” e “molto al di sotto” di quella cinese.

Questa tesi è fortemente controversa perché il richiamo alla specificità storica può trasformarsi in una giustificazione dell’eccezionalismo politico. Se ogni civiltà stabilisce autonomamente i propri criteri, anche regimi autoritari e repressivi rischiano di essere presentati soltanto come esiti diversi della storia.


Il profilo dell’intellettuale cinese

Zhang ha discusso queste posizioni anche con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia, in un confronto del 2011. I due rappresentavano interpretazioni opposte della modernizzazione: Fukuyama poneva al centro le istituzioni liberaldemocratiche, mentre Zhang vedeva nell’ascesa cinese la prova della possibile esistenza di percorsi alternativi.

Negli anni successivi, Zhang ha trasformato quel confronto in una parte importante della propria immagine pubblica. Ricorda di aver previsto, durante l’entusiasmo per le Primavere arabe, una fase definita “Inverno arabo”; sostiene inoltre di aver chiesto riforme profonde anche per il sistema politico statunitense e di aver segnalato in anticipo il pericolo rappresentato dal populismo per le democrazie occidentali. A queste previsioni collega oggi l’ascesa di Donald Trump.

L’intervista si è svolta al Centro Studi Americani, durante un appuntamento promosso dal Berggruen Institute, organizzazione con sedi a Los Angeles, Pechino e Venezia. Zhang insegna Relazioni internazionali, dirige il China Institute della Fudan University ed è una figura molto conosciuta nel dibattito pubblico cinese.

Accanto all’attività accademica partecipa a This Is China, programma politico di Dragon TV, e raccoglie centinaia di milioni di visualizzazioni sulle piattaforme sociali. Nel maggio 2021 aveva inoltre parlato davanti al Politburo del Partito comunista presieduto da Xi Jinping, affrontando il tema della capacità della Cina di presentare la propria identità al resto del mondo.

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