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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Zhang Weiwei sfida l’Europa: il verdetto sulla leadership cinese

L’intellettuale vicino a Pechino difende il modello dello Stato-civiltà, critica l’autonomia europea e mette in guardia da una guerra commerciale con la Cina.

La distanza tra Cina ed Europa, secondo Zhang Weiwei, non riguarda soltanto gli scambi economici. Al centro della sua analisi c’è soprattutto la perdita di autonomia politica del continente, sempre più condizionato dalle scelte degli Stati Uniti e incapace, a suo giudizio, di definire una strategia indipendente nei rapporti con Washington, Mosca e Pechino.

Il professore di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University ha espresso questa posizione durante un incontro organizzato dal Berggruen Institute al Centro Studi Americani. Zhang, tra gli intellettuali pubblici più noti della Cina, insegna all’università e partecipa al programma politico This Is China, trasmesso da Dragon TV e seguito da centinaia di milioni di persone sui social.


Il nodo dell’autonomia europea

Zhang sostiene che l’Unione europea dovrebbe tutelare i propri interessi senza cercare l’approvazione degli Stati Uniti. A suo avviso, l’Europa dispone di priorità diverse da quelle di Cina, Russia e Stati Uniti, ma negli ultimi anni avrebbe rinunciato a una parte della propria indipendenza. Nel suo ragionamento richiama anche Emmanuel Macron, che in passato ha evocato il rischio per l’Europa di trasformarsi in un “vassallo” di Washington.

L’analisi si estende anche alla figura di Donald Trump. Secondo Zhang, il presidente statunitense tende a rispettare soprattutto gli Stati e i leader che percepisce come forti, tra cui Vladimir Putin e i vertici cinesi. Per questa ragione, l’intellettuale ritiene poco utile che Bruxelles cerchi di conquistare il favore della Casa Bianca invece di assumere una posizione più autonoma.

Anche sulla guerra in Ucraina la sua lettura coincide con quella espressa da Pechino. Zhang attribuisce all’espansione della Nato una responsabilità rilevante nell’origine del conflitto e considera “irrazionale” l’ipotesi, sostenuta in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio.


Il commercio non deve diventare una guerra

Sul rapporto economico tra Cina e Unione europea, Zhang riconosce l’esistenza di un forte avanzo commerciale cinese, ma invita a non fermarsi al solo valore delle esportazioni. Una parte del saldo, spiega, dipenderebbe da beni prodotti in Cina da imprese europee, soprattutto nel settore automobilistico, e successivamente venduti sul mercato dell’Unione.

Nel calcolo, aggiunge, andrebbero inclusi anche gli scambi nei servizi, ambito nel quale sarebbe invece la Cina ad avere un saldo negativo nei confronti dell’Europa. Considerando inoltre i profitti realizzati dalle aziende europee in Cina, il divario complessivo apparirebbe meno ampio. «Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa», ha affermato Zhang parlando delle prospettive dei rapporti bilaterali.

La posizione cinese, secondo il professore, non punta a mantenere in modo permanente né un avanzo né un disavanzo. L’obiettivo dovrebbe essere l’ampliamento dei benefici reciproci attraverso una collaborazione capace di aumentare il valore complessivo degli scambi, invece di alimentare una contrapposizione tariffaria.

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La Cina come Stato-civiltà

La base teorica delle sue posizioni è il concetto di “Stato-civiltà”. Zhang descrive la Cina contemporanea come l’unione tra una struttura statale moderna, estesa e altamente organizzata, e una civiltà politica con una continuità storica millenaria. Per sostenere questa tesi, risale all’unificazione del 221 avanti Cristo e alla lunga esperienza di governo unitario sviluppata nel corso dei secoli.

Nella sua interpretazione, questa eredità aiuta a comprendere anche l’attuale sistema politico cinese. La selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali, introdotta circa 1.500 anni fa, avrebbe lasciato un’impronta duratura sulla formazione della classe dirigente. Molti degli attuali responsabili politici, sottolinea, avrebbero amministrato province con decine di milioni di abitanti prima di raggiungere i vertici nazionali.

Da qui nasce il giudizio più netto sull’Europa: «Considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo». Al contrario, Zhang definisce molto debole la guida dell’Unione europea e sostiene che il continente meriterebbe dirigenti più preparati.


Lo scontro con il modello occidentale

La concezione dello Stato-civiltà porta Zhang a contestare l’idea che multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale siano criteri validi in ogni contesto storico. Secondo il professore, l’efficacia e la legittimità di un sistema politico dovrebbero essere valutate anche alla luce della storia e delle caratteristiche specifiche della società che lo ha prodotto.

Questa impostazione fu al centro del confronto avuto nel 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. I due rappresentavano interpretazioni opposte della modernizzazione: Fukuyama attribuiva un ruolo centrale alle istituzioni liberaldemocratiche, mentre Zhang vedeva nella crescita cinese la prova dell’esistenza di percorsi alternativi.

A distanza di quindici anni, Zhang continua a rivendicare alcune delle previsioni formulate allora. Ricorda di aver messo in dubbio l’ottimismo suscitato dalle Primavere arabe, pronosticando una fase di forte instabilità, e di aver sostenuto che anche il sistema politico statunitense avrebbe avuto bisogno di riforme profonde. Aveva inoltre collegato la crescita del populismo al rischio di una crisi delle democrazie occidentali e di una futura vittoria elettorale di Donald Trump, sviluppi che oggi presenta come conferme della propria analisi.

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