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Zhang Weiwei: “L’Europa è debole” e rischia di perdere autonomia

Il professore cinese difende il modello politico di Pechino, critica Bruxelles e invita Europa e Cina a evitare una guerra commerciale

Secondo Zhang Weiwei, l’Europa non avrebbe soltanto un problema economico, ma soprattutto una difficoltà politica: il continente, a suo giudizio, avrebbe progressivamente rinunciato a una parte della propria autonomia a favore degli Stati Uniti. Il professore cinese considera invece la leadership di Pechino tra le più preparate al mondo e giudica quella dell’Unione europea nettamente inferiore.

Direttore del China Institute della Fudan University e volto noto del dibattito pubblico cinese, Zhang ha espresso queste posizioni durante un incontro al Centro Studi Americani, organizzato dal Berggruen Institute. La sua attività accademica si affianca alla partecipazione al programma politico This Is China, trasmesso da Dragon TV, e a una presenza molto seguita sulle reti sociali.


La sfida al modello occidentale

Al centro della sua lettura c’è l’idea della Cina come “Stato-civiltà”. Zhang non considera il Paese semplicemente uno Stato-nazione moderno, costruito secondo il modello europeo, ma il risultato della fusione tra una civiltà con una continuità millenaria e una struttura statale contemporanea di dimensioni enormi.

La sua argomentazione affonda le radici nell’unificazione cinese del 221 avanti Cristo e nella lunga tradizione di selezione dei funzionari pubblici attraverso gli esami imperiali. Da questa storia, secondo il professore, deriverebbe anche l’importanza attribuita oggi all’esperienza amministrativa dei dirigenti, molti dei quali avrebbero governato grandi province prima di raggiungere i vertici nazionali.

Zhang mette così in discussione l’idea che multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale costituiscano criteri validi in ogni contesto per misurare la legittimità e l’efficienza di un sistema politico. La sua conclusione è molto netta: “Considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo”, mentre quella dell’Unione europea sarebbe, a suo giudizio, “molto debole” e “molto al di sotto” di quella cinese.

Questa impostazione era già emersa nel confronto del 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. I due proponevano interpretazioni opposte della modernizzazione: Fukuyama insisteva sul ruolo delle istituzioni liberaldemocratiche, mentre Zhang sosteneva che la crescita della Cina dimostrasse l’esistenza di strade alternative.


Europa tra Washington e Pechino

A distanza di quindici anni, Zhang continua a presentare quel confronto come una conferma delle proprie intuizioni. Ricorda di avere previsto un “inverno arabo” dopo l’entusiasmo per le Primavere arabe, di avere chiesto riforme profonde anche per il sistema politico statunitense e di avere segnalato il rischio che il populismo portasse alla Casa Bianca un presidente ancora più impopolare di George W. Bush. Nella sua ricostruzione, l’ascesa di Donald Trump avrebbe dato seguito a quelle previsioni.

Il professore ritiene che l’Europa abbia smarrito una parte della propria indipendenza strategica. La Cina, sostiene, ha sempre appoggiato l’integrazione europea e una maggiore autonomia del continente, mentre sarebbe stata l’Europa a ridurre il proprio margine di manovra. Zhang richiama anche le parole di Emmanuel Macron sul pericolo di trasformarsi in una sorta di vassallo degli Stati Uniti.

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Su Donald Trump, il docente propone una lettura personale: il presidente americano, a suo avviso, tenderebbe a rispettare soprattutto i Paesi e i leader che considera forti, come Vladimir Putin e la dirigenza cinese. Per questo l’Unione europea dovrebbe concentrarsi sui propri interessi, che non coincidono necessariamente con quelli di Washington, Mosca o Pechino.

Anche sulla guerra in Ucraina la posizione di Zhang riflette quella del partito comunista cinese. L’espansione della Nato viene indicata come una delle cause principali del conflitto, mentre l’ipotesi, avanzata in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio viene definita “irrazionale”.


Il nodo degli scambi commerciali

Nel rapporto economico tra Europa e Cina, Zhang contesta l’idea che il grande avanzo commerciale cinese racconti da solo l’intera situazione. Una quota rilevante delle esportazioni, osserva, riguarderebbe prodotti fabbricati in Cina da aziende europee, soprattutto nel settore automobilistico, e successivamente venduti sul mercato dell’Unione.

Il professore invita inoltre a considerare gli scambi nei servizi, comparto nel quale sarebbe la Cina ad avere un saldo negativo nei confronti dell’Europa. Sommando questo elemento ai profitti realizzati dalle imprese europee in Cina, la distanza tra le due economie apparirebbe, nella sua interpretazione, meno ampia di quanto indicato dai soli dati sulle merci.

La posizione attribuita a Pechino è quella di un equilibrio reciproco, senza l’obiettivo di mantenere stabilmente né un avanzo né un disavanzo. “Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa”, afferma Zhang, secondo cui le due parti dovrebbero puntare ad ampliare i benefici complessivi invece di contendersi una quota fissa degli scambi.

Il suo messaggio all’Europa è quindi duplice: difendere con maggiore decisione i propri interessi e non lasciarsi trasformare nel terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina. Per Zhang, una relazione commerciale più equilibrata e una politica estera meno dipendente da Washington sarebbero i passaggi necessari per recuperare spazio autonomo.

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