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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Yemen, Riad cambia strategia: gli Houthi restano la minaccia sul Mar Rosso

Secondo Eleonora Ardemagni dell’Ispi, il conflitto proseguirà a fasi alterne e Bab el-Mandeb resterà un passaggio ad alto rischio per il commercio internazionale.

L’Arabia Saudita difficilmente tornerà a combattere in Yemen con l’intensità mostrata dal 2015. Riyad dovrebbe concentrarsi sul controllo dell’area di Bab el-Mandeb, cercando di contenere gli Houthi e di impedire nuovi attacchi contro il proprio territorio, senza puntare necessariamente alla riconquista di Sanaa.

Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata senior dell’Ispi e docente a contratto all’Aseri di Milano, ritiene che la guerra sia destinata a procedere per fasi: periodi di combattimenti estesi si alterneranno a scontri più circoscritti. Un’operazione volta a riprendere l’intero Yemen richiederebbe infatti tempo, risorse e perdite che Riad difficilmente potrebbe sostenere mentre porta avanti il programma Vision 2030 e affronta una crisi ancora aperta nel Golfo.


Washington sostiene Riad senza entrare in guerra

Gli Stati Uniti stanno assistendo l’Arabia Saudita con informazioni, consulenti militari e supporto per l’identificazione degli obiettivi. L’impegno resta quindi limitato e, secondo Ardemagni, non indica un ritorno ai bombardamenti contro gli Houthi, almeno finché il gruppo non colpirà direttamente interessi o strutture statunitensi.

Tra Washington e gli Houthi il cessate il fuoco resiste dal 2025. Nessuno dei due attori, al momento, avrebbe convenienza a interromperlo: il movimento yemenita concentra la propria azione contro l’Arabia Saudita, mentre gli Stati Uniti mantengono un ruolo di sostegno indiretto a Riad. Anche Turchia e Pakistan hanno accettato di rafforzare la protezione del regno, ma senza assumere un ruolo offensivo sul terreno yemenita.


Teheran guadagna una carta negoziale

La riapertura del conflitto consegna all’Iran un ulteriore strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti. Ardemagni spiega che “la guerra in Yemen offre all’Iran una nuova leva negoziale”, perché gli Houthi possono usare la loro posizione per minacciare un alleato di Washington senza trasformare automaticamente lo scontro in una guerra diretta tra Teheran e gli Stati Uniti.

La pressione riguarda anche le principali rotte energetiche e commerciali della regione: Hormuz, Bab el-Mandeb e, indirettamente, Suez. Eventuali attacchi o minacce lungo questi corridoi possono riflettersi sui costi del petrolio e del gas e, di conseguenza, sull’inflazione. Il ritorno del petrolio saudita alla rotta di Hormuz, nonostante le difficoltà operative e i maggiori oneri, mostra quanto le monarchie del Golfo siano disposte ad accettare rischi pur di mantenere le esportazioni.


Bab el-Mandeb resta un punto critico

L’incertezza sul passaggio marittimo è destinata a durare anche qualora le forze filo-governative consolidassero le posizioni sulla costa. La riconquista di Mokha ha un valore strategico e simbolico, oltre a rafforzare il morale di uno schieramento sostenuto dai sauditi ma composto da gruppi spesso poco coesi.

Gli Houthi controllano tuttora una parte rilevante della costa del Mar Rosso, compresa l’area di Hodeida. Da lì possono riprendere le azioni contro le navi, anche se finora hanno limitato gli attacchi marittimi alle petroliere saudite. Per le imbarcazioni in transito questo significa premi assicurativi più elevati e una persistente percezione di rischio.

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Un conflitto locale con effetti regionali

La crisi attuale riporta in primo piano una guerra interna mai realmente risolta. La tregua nazionale in vigore dal 2022 è ormai superata: gli Houthi avevano già rilanciato le operazioni nello Yemen e contro l’Arabia Saudita, mentre l’offensiva del governo riconosciuto internazionalmente ha reso definitivo il ritorno degli scontri su più aree.

Il fronte principale si concentra attorno a Bab el-Mandeb e nei pressi di Taiz, nell’ovest del Paese. Il movimento Houthi aspira a rafforzarsi nella terza città yemenita, mentre nuove linee di combattimento sono tornate attive ad Al-Jawf, Marib e Al-Dhale. Nel frattempo, Sanaa e Saada sono state colpite dal fronte governativo e, con ogni probabilità, da quello saudita; gli Houthi hanno invece lanciato missili e droni contro l’aeroporto di Aden, sede del governo riconosciuto.


Riyad torna protagonista, ma resta divisa

Il sostegno saudita alla controffensiva comprende oggi strumenti aerei e navali. Si tratta di un ritorno diretto di Riad nel conflitto dopo l’intervento militare condotto tra il 2015 e il 2022. La dimensione regionale della crisi è quindi evidente, anche se la guerra yemenita conserva dinamiche proprie rispetto allo scontro tra Stati Uniti e Iran.

Gli Houthi ricevono aiuti militari da Teheran e possono sfruttare il teatro yemenita per aumentare la pressione su Washington, anche attraverso azioni contro il suo alleato saudita. Sul fronte opposto, la coalizione governativa rimane frammentata: rivalità locali dividono i gruppi filo-sauditi, oggi predominanti, da quelli vicini agli Emirati Arabi Uniti.


Il possibile ritorno degli Emirati

Gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato militarmente lo Yemen nel gennaio 2026, dopo che il governo riconosciuto e l’Arabia Saudita ne hanno favorito il ritiro completo in seguito all’avanzata dei separatisti meridionali sostenuti da Abu Dhabi. Il disimpegno armato non ha però cancellato i rapporti con numerosi attori del sud.

Riad ha cercato di integrare parte di queste forze nella propria strategia, ma la competizione tra agende locali e influenze esterne continua a indebolire il campo governativo. Se l’offensiva contro gli Houthi dovesse incontrare ostacoli rilevanti, l’Arabia Saudita potrebbe tentare di ottenere nuovamente un contributo emiratino sul piano politico o operativo.

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