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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Welfare aziendale, il vantaggio che può valere quattro volte un taglio Irpef

Una ricerca stima effetti rilevanti su Pil e gettito: la stabilità delle agevolazioni potrebbe spingere imprese e consumi.

La principale incognita per il welfare aziendale non riguarda soltanto le decisioni delle imprese, ma anche l’effetto sui consumi dei lavoratori. Secondo una ricerca di Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli, infatti, un miliardo di euro destinato ai benefit potrebbe produrre sull’economia un impatto fino a quattro volte maggiore rispetto a una riduzione fiscale generalizzata di pari valore.


L’incertezza frena gli investimenti

Il quadro emerge da uno studio dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani, presentato a Roma durante un incontro promosso da Satispay sul welfare aziendale. L’analisi sostiene che la natura temporanea delle agevolazioni renda più difficile per le aziende programmare interventi strutturali e duraturi a favore dei dipendenti.

Una rilevazione del Politecnico di Milano mostra quanto il fenomeno sia già diffuso: il 77% delle imprese con oltre 10 lavoratori offre almeno una forma di benefit. Per il 22% dei datori di lavoro, tuttavia, la variabilità delle regole rappresenta il principale ostacolo all’introduzione o al potenziamento di questi strumenti.

Le conseguenze di una mancata proroga potrebbero essere rapide. Il 20% delle aziende dichiara che diminuirebbe le risorse destinate al welfare, mentre il 16% ridurrebbe gli importi fino al nuovo limite di esenzione; un altro 40% non ha ancora definito quale sarebbe la propria reazione.


Più consumi e maggiore gettito

La differenza rispetto a un taglio dell’Irpef sta nel comportamento imposto dal beneficio. Una riduzione dell’1% delle imposte determina mediamente un incremento del Pil dello 0,11%, perché una parte consistente delle somme può essere accantonata dalle famiglie. I fringe benefit, invece, devono essere utilizzati entro tempi più ravvicinati e alimentano direttamente la domanda.

Applicando i moltiplicatori della spesa elaborati sulla base del modello econometrico della Banca d’Italia, lo studio calcola che un miliardo aggiuntivo di welfare farebbe aumentare il Pil di 800 milioni nel primo anno e di 1,25 miliardi al terzo. Il maggior gettito sarebbe pari a circa 280 milioni dopo dodici mesi e a 480 milioni al terzo anno.

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In questo scenario, il costo netto annuale della stabilizzazione partirebbe da circa 648 milioni di euro, una cifra coerente con le risorse già previste per il periodo 2025-2027. Cottarelli e Galli sostengono che rendere permanente il regime attuale manterrebbe contenuto l’impegno per lo Stato e rafforzerebbe la domanda interna.


L’effetto concreto sulle famiglie

Il beneficio viene utilizzato soprattutto per spese ordinarie: il 53% dei lavoratori lo impiega per comprare beni di prima necessità. I buoni acquisto registrano un tasso di utilizzo del 93%, superiore a quello delle formule di flexible benefit più vincolate, che si ferma tra il 64% e il 67%.

La loro eventuale eliminazione avrebbe conseguenze anche su consumi specifici. Secondo la ricerca, senza questo sostegno non verrebbe effettuato il 47% degli acquisti legati alla cura della persona e il 26% di quelli per cultura, intrattenimento e arredamento.

Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, osserva: «L’incertezza normativa non è un problema teorico: si traduce in scelte concrete delle aziende, che rinunciano a investire in welfare quando non possono pianificare su orizzonti pluriennali». Per Mauri, la stabilizzazione delle soglie potrebbe quindi liberare una parte del potenziale ancora non utilizzato della misura.

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