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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Violenza giovanile, la domanda scomoda: cosa ha prodotto la repressione

Povertà, esclusione e carcere raccontano un’altra faccia della sicurezza: quella delle responsabilità istituzionali rimaste senza risposta.

Condannare ogni forma di violenza resta necessario, ma farlo senza interrogarsi sulle cause significa rinunciare a capire. La reazione di alcuni giovani agli episodi dei giorni scorsi non nasce nel vuoto: arriva dopo anni in cui alle loro richieste sono state contrapposte soprattutto repressione, nuove sanzioni e un sistema penale sempre più esteso.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto le poche decine di ragazzi accusati di aver danneggiato alcune vetrine. Riguarda anche la violenza sociale e istituzionale che precede quei fatti e che troppo spesso resta fuori dal racconto pubblico.

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La povertà alimenta il conflitto

In Italia 1,28 milioni di minorenni vivono in condizioni di povertà assoluta. È la fascia d’età con la maggiore incidenza di povertà assoluta tra i residenti nel Paese. Questo dato non giustifica aggressioni o devastazioni, ma rende impossibile descrivere la violenza giovanile come un fenomeno separato dalle condizioni materiali in cui crescono molti ragazzi.

La stessa logica vale per i minori stranieri non accompagnati. Mancano 11.000 posti di accoglienza e molti di loro finiscono esposti alla strada, al reclutamento da parte della piccola criminalità e a percorsi che possono condurli dal disagio al carcere. Prima vengono lasciati senza protezione, poi rinchiusi e descritti come un problema da contenere.


Il carcere non risolve l’emergenza

Negli ultimi anni il governo ha scelto una progressiva stretta sulle politiche rivolte ai giovani. Nell’ottobre 2022, già al primo Consiglio dei ministri, è stato introdotto il reato legato ai raduni non autorizzati; nel settembre 2023 il Decreto Caivano ha modificato profondamente la giustizia penale minorile, allontanandola dall’impostazione educativa, dall’inclusione e dalla centralità dell’interesse del minorenne.

A quelle misure si sono aggiunti altri pacchetti sulla sicurezza, con nuove fattispecie di reato, aggravanti, pene più severe e strumenti come il fermo preventivo per chi partecipa alle manifestazioni. Sono state inoltre ampliate misure amministrative rivolte anche a ragazzi giovanissimi, fino ai dodici anni. Nel frattempo, l’aumento degli arresti ha reso necessario aprire in fretta tre nuovi istituti penali minorili.

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Giovani ascoltati sempre meno

Nel dibattito pubblico, parole come “maranza” e “baby gang” hanno finito per sostituire l’analisi. Eppure, secondo l’autrice, non esistono dati statistici tali da dimostrare una specifica emergenza della criminalità minorile. Restano invece ai margini le seconde generazioni, spesso trattate come presenze indesiderate, e gli studenti allontanati dalle classi o privati di uno spazio di confronto.

Anche le risposte delle istituzioni hanno seguito questa direzione. Al posto di un invito agli insegnanti ad affrontare il disagio nelle scuole, il ministro dell’Istruzione ha parlato di metal detector e ha sanzionato docenti intervenuti sul tema della Palestina. Il ministro dell’Interno, invece, ha difeso le forze dell’ordine dopo i manganelli contro gli studenti a Pisa, Firenze e Roma.


Sicurezza significa anche prevenzione

Un approccio realmente orientato alla sicurezza dovrebbe partire dall’ascolto, dall’inclusione e dalle politiche sociali. Non basta aumentare i reati o irrigidire le pene quando mancano accoglienza, sostegno educativo e strumenti per affrontare la povertà.

Resta possibile immaginare una società senza violenza e continuare a sostenere la nonviolenza come scelta politica e umana. Ma quella condanna non può essere assoluta al punto da cancellare i contesti: finché si continuerà a rispondere a ogni crisi con nuove misure repressive, senza verificare se funzionino, il rischio sarà quello di espandere il sistema penale fino a renderlo soffocante invece di rendere più sicura la società.

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