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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Proteste in Francia, la disinformazione corre tra utenti reali: numeri e rischi

Un’analisi sui social mostra come video riciclati, accuse infondate e messaggi emotivi possano alimentare la tensione nelle piazze prima di qualsiasi smentita

La disinformazione che accompagna le proteste non dipende soltanto dai bot. Durante la mobilitazione nazionale del 17 ottobre in Francia, sette contenuti classificati come ingannevoli hanno raggiunto 4,83 milioni di visualizzazioni pur essendo stati pubblicati da account autentici. È questo uno degli elementi più rilevanti emersi dall’indagine realizzata da Cyabra e Arcadia sulle conversazioni digitali.

Il pericolo nasce dalla velocità con cui immagini fuori contesto, accuse non dimostrate e ricostruzioni false entrano nel flusso delle informazioni usate dai manifestanti. Quando i contenuti vengono condivisi mentre la tensione è già alta, una rettifica può arrivare troppo tardi per impedire conseguenze nella realtà.

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La viralità passa dagli utenti veri

La ricerca ha preso in esame X, TikTok, Facebook e Instagram, rilevando 8.977 pubblicazioni tra post e commenti: un volume circa dieci volte superiore a quello di una giornata ordinaria. Il momento di massima attività è stato registrato alle 19, con 1.562 contenuti pubblicati.

Nel complesso, 4.497 post dedicati a scontri, saccheggi o atti violenti hanno totalizzato 290 milioni di visualizzazioni. I materiali più visti, tuttavia, non arrivavano necessariamente da profili automatizzati: i video sugli eventi di Marsiglia hanno raggiunto 28,5 milioni di visualizzazioni, quelli relativi al municipio di Limoges 15,3 milioni e le immagini dei mezzi della polizia a Parigi 9,9 milioni.

Anche la conversazione italiana è stata coinvolta. I contenuti riguardanti gli scontri in piazza Duomo a Milano hanno raccolto 12,8 milioni di visualizzazioni, a conferma della rapidità con cui le narrazioni legate a una protesta possono superare i confini del Paese in cui si verificano.


Accuse false e video riciclati

Una delle storie più condivise sosteneva che alcuni agenti francesi avessero appiccato volontariamente il fuoco a un cassonetto per poi riaccenderlo. Il messaggio proveniva da un profilo falso su X, aperto soltanto nel luglio 2026 e seguito da 571 persone, ma ha ottenuto 1,29 milioni di visualizzazioni e più di 20mila interazioni.

Un altro contenuto sosteneva invece l’esistenza di un ordine dell’Eliseo a “sparare per uccidere”. La ricostruzione, priva di fondamento, ha raggiunto circa 483mila visualizzazioni ed è stata accompagnata da una nota della comunità di X. In entrambi i casi, la smentita ha dovuto inseguire una notizia già entrata nella discussione pubblica.

Tra le tecniche più frequenti c’è anche il riutilizzo di filmati autentici con indicazioni false sul luogo o sul momento della registrazione. Video degli scontri del luglio 2023 sono stati presentati come immagini della mobilitazione di ottobre; altre riprese realizzate a Madrid sono state attribuite alla Francia.

Lo stesso meccanismo ha riguardato i saccheggi di Lione, rilanciati come se fossero avvenuti a Bordeaux. Gli analisti hanno contato 78 copie degli stessi filmati, talvolta diffuse a soli sei secondi di distanza l’una dall’altra.


Paura e indignazione come acceleratori

Un caso distinto ha riguardato la presunta perdita di una mano da parte di un ragazzo a Saint-Étienne. Il messaggio, costruito per spingere gli utenti a cercare un video nei commenti, è comparso 33 volte attraverso 20 account diversi; 12 di questi sono stati riconosciuti come falsi.

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La strategia consiste nell’agganciarsi agli hashtag già utilizzati dai partecipanti alle manifestazioni. In questo modo, contenuti progettati per suscitare paura o rabbia si inseriscono nelle ricerche di chi cerca aggiornamenti immediati e possono confondersi con testimonianze genuine.

L’analisi dell’hashtag #Manifestationdu17 ha indicato che il 30,2% degli account coinvolti su X era falso. Nel filone #GiletsJaunes la quota è arrivata al 25%. Inoltre, circa il 27% dei contenuti esaminati nelle due conversazioni è stato classificato come espressione d’odio, con una presenza sia di profili autentici sia di account non genuini.


Un problema anche per l’Italia

Domenico Giordano, esponente di Arcadia, considera quanto osservato in Francia un avvertimento rilevante anche per il nostro Paese. A suo giudizio, “anche in Italia siamo oramai nel pieno di una guerra ibrida e cognitiva”, condotta attraverso azioni diffuse e coordinate che possono alterare la percezione degli eventi e incidere sull’ordine pubblico.

Giordano ritiene insufficiente affidare la risposta soltanto alla capacità dei singoli utenti di verificare ciò che vedono o alle iniziative spontanee delle comunità digitali. Secondo la sua valutazione, servono interventi condivisi tra istituzioni e piattaforme, con regole in grado di ridurre la circolazione dei contenuti manipolatori senza comprimere privacy e libertà di espressione.

Il tema, quindi, non è esclusivamente tecnico. La sfida riguarda anche le decisioni politiche e il quadro normativo: occorre trovare un equilibrio tra la tutela dei diritti fondamentali e la necessità di limitare messaggi capaci di aggravare situazioni già instabili.


La verifica deve arrivare subito

Per Cyabra e Arcadia, un’accusa infondata contro la polizia, la falsa notizia di un ferito grave o la voce su un ordine di aprire il fuoco possono raggiungere persone direttamente coinvolte negli scontri prima che le autorità riescano a intervenire. In un contesto simile, il tempo diventa un fattore decisivo.

Il rapporto indica tra le possibili contromisure il controllo costante degli hashtag durante le mobilitazioni, la verifica rapida dell’origine dei filmati e l’individuazione dei profili creati da poco. L’obiettivo è riconoscere i contenuti sospetti prima che vengano amplificati da una platea molto più ampia.

La conclusione degli analisti è netta: “un ordine falso o una presunta provocazione scatenino uno scontro prima che qualsiasi rettifica raggiunga la folla”. Non servono necessariamente grandi reti automatizzate: pochi messaggi studiati per provocare indignazione, pubblicati nel momento opportuno e rilanciati da migliaia di persone reali, possono modificare il racconto di ciò che accade in piazza e influenzare gli eventi fuori dai social.

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