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Attualità 4 min di lettura55 min fa

Ungheria 1956, la voce di Nagy riemerge da un foglio di famiglia

A settant’anni dalla rivolta contro il regime sovietico, un ricordo privato riporta alla luce l’ultimo messaggio radiofonico del premier ungherese.

La rivoluzione ungherese del 1956 lasciò una frattura profonda nella sinistra europea. Molti militanti comunisti si trovarono davanti a una scelta dolorosa: difendere la linea ufficiale del partito oppure riconoscere nella rivolta una richiesta autentica di libertà e indipendenza.

La posizione di Palmiro Togliatti contribuì a rendere ancora più evidente quella lacerazione. In una lettera al Comitato Centrale del Pcus del 30 ottobre ammise che gli eventi avevano creato «una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche del nostro partito». Per molti iscritti, quella crisi significò mettere in discussione convinzioni maturate durante un’intera vita e, in alcuni casi, anche gli equilibri di potere a cui erano legati.

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La ferita lasciata dalla rivolta

La repressione sovietica mostrò, secondo il ricordo tramandato, quanto fosse difficile conciliare democrazia e comunismo di tipo sovietico. Trentamila ungheresi pagarono con la vita il tentativo di sottrarsi al controllo di Mosca, mentre le democrazie occidentali rimasero spettatrici, nonostante le proteste dell’opinione pubblica.

Ancora più dura fu la reazione del Pci italiano e del partito comunista francese, che bollarono gli insorti come «fascisti» e «controrivoluzionari». In quella vicenda si aprì una crepa nella narrazione del regime e dei suoi partiti alleati: emersero contraddizioni che molti non avevano mai voluto vedere o non potevano ammettere senza rimettere in discussione le proprie scelte.


Un ricordo custodito in casa

A conservare una traccia personale di quei giorni fu Sabina, la nonna dell’autore. Aveva molti amici ungheresi e trascrisse a mano l’ultimo appello di Imre Nagy, convinta che in futuro sarebbe stato necessario ricordare la responsabilità di chi aveva assistito senza intervenire. Da bambino, l’autore non comprendeva quel giudizio; la nonna gli spiegò che gli ungheresi combattevano «come gli indiani contro i soldati americani».

In famiglia la rivolta entrò anche attraverso la musica e i giornali. La madre suonava al pianoforte la Rapsodia ungherese di Liszt, mentre il padre rientrava con le edizioni appena acquistate. Tra i cronisti inviati a Budapest c’era Indro Montanelli, che descrisse la popolazione in festa e considerò «patrioti», non ribelli, i giovani e gli operai protagonisti dell’insurrezione.


La radio tra memoria e guerra

Nel 2006, in occasione del cinquantesimo anniversario, l’autore tornò a Budapest per un reportage e si recò alla sede della radio. Sulle pareti erano ancora riconoscibili i segni degli spari. Due anziani tecnici, presenti alle commemorazioni, raccontarono di essere riusciti a fuggire prima dell’occupazione sovietica e confermarono che i rumori ascoltati cinquant’anni prima erano raffiche provenienti dai combattimenti.

L’Armata Rossa aveva impiegato 5.000 carri armati e 200mila soldati per riprendere il controllo dell’Ungheria. Il messaggio trasmesso da Radio Kossuth fu ripetuto in diverse lingue ogni mezz’ora, mentre la voce arrivava disturbata nelle case, tra fruscii e colpi di mitragliatrice.


Le richieste degli studenti

La protesta era iniziata il 23 ottobre 1956 con una manifestazione studentesca. Il giorno precedente era stato preparato un documento articolato in 16 punti, poi ampliato con una diciassettesima richiesta: l’introduzione di elezioni pluripartitiche.

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Tra gli obiettivi figuravano il ritiro delle truppe sovietiche, rapporti paritari con l’Urss e la Jugoslavia di Tito, processi pubblici per i dirigenti comunisti ungheresi e il ritorno pieno di Imre Nagy alla guida del Paese. Gli studenti chiedevano inoltre organismi autonomi come i Consigli Operai e i Comitati Nazionali, oltre al ripristino del simbolo repubblicano di Kossuth.


Budapest insorge, Mosca reagisce

Il divieto iniziale del ministero degli Interni venne ritirato e il corteo poté partire alle 15 dalla statua di Sándor Petőfi, a Pest. Nagy parlò al Parlamento dopo essere stato acclamato dalla folla, mentre la radio diffondeva le minacce di Ernő Gerő, primo segretario del Partito Ungherese dei Lavoratori.

La protesta degenerò dopo gli spari della polizia politica ÁVH contro la folla riunita davanti alla radio di Stato. I manifestanti abbatterono la statua di Stalin, assaltarono caserme e depositi d’armi, occuparono punti strategici e proclamarono lo sciopero generale. Il 24 ottobre i mezzi sovietici entrarono nelle città, ma non riuscirono a fermare subito l’insurrezione.


Il governo Nagy e l’attacco finale

Sotto la pressione degli eventi, il comitato centrale del partito comunista ungherese affidò a Nagy la guida del governo. Nel nuovo esecutivo non trovarono spazio gli stalinisti; ne fecero parte anche il filosofo György Lukács e i moderati Béla Kovács e Zoltán Tildy.

A Mosca, Nikita Krusciov preparava l’intervento decisivo e cercava il consenso degli Stati aderenti al Patto di Varsavia. In Italia, l’ambasciata sovietica informò Togliatti dell’imminenza dell’operazione. Il 3 novembre, durante un comizio a Torino, Giorgio Amendola espresse l’auspicio che l’Urss intervenisse militarmente per ristabilire l’ordine, ricevendo applausi entusiastici.

All’alba del 4 novembre l’Armata Rossa attaccò Budapest. La resistenza ungherese durò cento ore, mentre le forze sovietiche avanzavano nella capitale. Da Radio Kossuth Nagy lanciò allora il suo ultimo appello: «Qui parla Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico dell’Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Comunico la notizia al mondo intero».

In Italia il 4 novembre era una giornata festiva; in Ungheria segnò l’inizio della sconfitta. Il foglio vergato dalla nonna è rimasto, a settant’anni di distanza, il simbolo domestico di quella tragedia e un rito privato contro l’oblio.

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