Israele, il sorpasso che non basta: chi può davvero formare il governo
Il voto del 27 ottobre può ridimensionare Netanyahu, ma tra soglie elettorali, partiti incompatibili e liste arabe la maggioranza resta tutt’altro che scontata.
Il possibile primato di Gadi Eisenkot non risolverebbe il principale enigma delle elezioni israeliane: arrivare primi non significa disporre dei numeri necessari per governare. Il voto del 27 ottobre rischia così di consegnare un Parlamento ancora più frammentato, nel quale ogni alleanza dipenderà da veti incrociati e da partiti oggi considerati incompatibili.
Secondo la rilevazione Walla del 20 ottobre, Yashar, la formazione dell’ex capo di Stato maggiore, potrebbe conquistare 23 seggi, mentre il Likud di Benjamin Netanyahu si fermerebbe a 19. Il blocco delle opposizioni sioniste arriverebbe a 54 deputati, contro i 48 dell’area legata al premier. Le liste arabe otterrebbero 14 seggi e la formazione dei riservisti guidata da Yoaz Hendel e dall’economista Yaron Zelekha ne prenderebbe quattro. Per controllare la Knesset, però, servono almeno 61 parlamentari.
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Il vantaggio nei sondaggi non basta
I numeri fotografano una situazione, non anticipano con certezza il risultato. Il margine d’errore indicato è del 4 per cento e la soglia di sbarramento può trasformare pochi voti spostati da un partito all’altro in seggi decisivi. Una lista esclusa dal Parlamento potrebbe infatti alterare l’equilibrio tra i due grandi schieramenti.
Il campo contrario a Netanyahu è tutt’altro che compatto. Eisenkot propone un centro con una forte impronta militare; Beyachad mette insieme la destra di Naftali Bennett e il centro di Yair Lapid; Avigdor Lieberman si colloca su una destra nazionalista e laica. I Democratici di Yair Golan rappresentano invece la sinistra nata dalla fusione delle componenti rimaste del Partito Laburista e di Meretz, l’unica forza ebraica di peso a sostenere ancora la soluzione dei due Stati.
L’avversione al premier è il loro principale punto d’incontro, ma non cancella le divergenze su religione, sicurezza, magistratura e rapporto con i partiti arabi. Anche la destra di Netanyahu deve fare i conti con contraddizioni interne: il Likud deve tenere insieme l’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, favorevole alla piena annessione dei territori palestinesi, e i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito nella Torah.
La destra rischia di perdere voti
La questione delle esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose pesa sempre di più in una società segnata dall’impegno di soldati e riservisti. Shas lega il proprio sostegno all’approvazione di una legge sulle esenzioni, mentre Giudaismo Unito nella Torah è diviso anche sull’eventualità di appoggiare una maggioranza diversa da quella guidata da Netanyahu.
Un problema analogo riguarda Amcha Israel, il partito del generale in congedo Ofer Winter. La formazione, ancora più radicale sui temi nazionali ma contraria ai privilegi militari degli ultraortodossi, rischia di non superare il 3,25 per cento. Il suo mancato ingresso alla Knesset disperderebbe voti potenzialmente utili al campo del premier, motivo per cui Winter è sottoposto a pressioni affinché si ritiri.
Il timore di una dispersione elettorale ha già prodotto una conseguenza: Benny Gantz ha rinunciato alla corsa perché Blu e Bianco non sembrava in grado di oltrepassare la soglia richiesta. Anche dentro la vecchia destra sono emersi segnali di rottura. Tzachi Hanegbi, già consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu, ha annunciato che voterà Lieberman, accusando il premier di avere imboccato una deriva messianica e razzista.
Su Gaza resta una linea dura
Immaginare una sfida netta tra un fronte favorevole alla guerra e uno orientato alla pace sarebbe fuorviante. Dopo il 7 ottobre, quasi tutti i principali partiti ebraici hanno spostato le proprie posizioni verso destra: sia Netanyahu sia Eisenkot respingono l’idea di uno Stato palestinese indipendente e ritengono che Israele debba conservare il controllo ultimo della sicurezza nell’area compresa tra il Giordano e il Mediterraneo.
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Anche sulla Striscia le differenze tra i due principali candidati sono limitate. Trascorsi dodici mesi dall’intesa sul cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, le forze israeliane presidiano circa il 66 per cento di Gaza. Nel territorio rimanente vivono più di due milioni di palestinesi, in larga parte tra tende e strutture danneggiate, mentre Hamas continua a esercitare il controllo politico.
Netanyahu ed Eisenkot escludono un ritiro israeliano senza il disarmo di Hamas e non rinunciano alla possibilità di riprendere le operazioni militari. Eisenkot considera la permanenza dell’organizzazione al potere un fallimento grave e promette di sostituirne l’amministrazione entro diciotto mesi dal suo eventuale insediamento, attraverso un progetto sostenuto da Washington oppure mediante l’intervento armato.
Il contrasto più significativo riguarda la Cisgiordania. Durante i governi Netanyahu gli insediamenti sono cresciuti rapidamente, insieme a piccoli avamposti privi di autorizzazione anche secondo la normativa israeliana. Eisenkot non mette in discussione gli insediamenti in assoluto, ma sostiene il rispetto della legge, promette di fermare le aggressioni dei coloni e intende rimuovere gli avamposti illegali.
Il candidato di Yashar vuole inoltre bloccare il piano edilizio nell’area E1, che secondo i suoi oppositori rischierebbe di spezzare la continuità territoriale della Cisgiordania e di isolarla da Gerusalemme Est. Per i coloni, quel progetto dovrebbe «seppellire» la prospettiva di uno Stato palestinese.
Il voto arabo può diventare decisivo
Le questioni istituzionali aggiungono altri ostacoli alla costruzione di una maggioranza. Eisenkot chiede una commissione statale per verificare le responsabilità legate al 7 ottobre e sostiene l’equiparazione degli obblighi militari, una posizione che rende difficile un’intesa con i partiti religiosi. Bennett, intanto, contesta l’offensiva di Netanyahu contro il sistema giudiziario.
A complicare il quadro sono le forze che rappresentano circa un quinto della popolazione israeliana, quella araba. Ra’am, guidata da Mansour Abbas, ha già sostenuto l’esecutivo Bennett-Lapid nel 2021 e punta a entrare in una futura maggioranza concentrandosi su sicurezza, servizi pubblici e condizioni sociali della propria comunità.
La Lista Comune, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, esclude invece di entrare in un governo. Il suo leader Jabareen ha tuttavia lasciato aperta la possibilità di appoggiare dall’esterno un esecutivo senza Netanyahu. Le forze arabe, quindi, non possono essere considerate un blocco unico: hanno strategie diverse e potrebbero svolgere ruoli differenti nella fase post-elettorale.
Eisenkot, come Netanyahu, non vuole però una coalizione con i partiti arabi. Lieberman esclude persino l’ipotesi di un governo di minoranza. I conteggi parlamentari rendono comunque plausibile proprio lo scenario che oggi i leader respingono: sulla carta i seggi possono bastare, ma la politica israeliana potrebbe impedire di trasformare quella somma in una maggioranza effettiva.
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