Una bambina sfida il Ministero: «Ridatemi la mia maestra
Dopo 12 anni di supplenze Silvia ha ottenuto il ruolo, ma per riuscirci ha dovuto salutare la classe di Roma con cui aveva costruito un legame profondo.
Per Silvia l’ingresso in ruolo rappresenta finalmente la fine di 12 anni vissuti tra supplenze, concorsi e incertezze. La conquista della stabilità, però, ha avuto un costo umano: lasciare gli alunni accompagnati per due anni e interrompere relazioni costruite giorno dopo giorno.
«Adesso inizio ad avere una stabilità», racconta la docente, che preferisce non rendere pubblico il cognome. La soddisfazione per il nuovo incarico convive con il dispiacere di essersi lasciata alle spalle diversi bambini e bambine con cui aveva creato rapporti sempre più intensi.
Il merito non misura tutto
La vicenda ha riaperto anche il tema delle condizioni in cui lavorano molti insegnanti precari. Silvia contesta un sistema che, a suo giudizio, tende a considerare i docenti soprattutto come elementi destinati a coprire una posizione in graduatoria, senza valorizzare abbastanza la continuità educativa.
«Si chiama ministero dell’Istruzione e del Merito. Ma quale merito valuta?», osserva. Le prove, la preparazione delle lezioni e le certificazioni sono soltanto una parte del lavoro: nella quotidianità contano anche la gestione del gruppo, la fiducia conquistata dai bambini e il metodo sviluppato insieme alla classe.
Una bambina non accetta l’addio
A rendere visibile questo legame è stato il messaggio consegnato a Silvia da una sua ex alunna di 6 anni. La bambina ha scritto di essere arrabbiata con il ministero e ha chiesto di far tornare l’insegnante, spiegando che non comprendeva perché, dopo due anni trascorsi con la classe, dovesse trasferirsi in un’altra scuola.
Nel biglietto ha raccontato la propria tristezza per l’assenza della maestra e ha rivolto direttamente la richiesta al Ministero dell’Istruzione e del Merito: «Io la rivoglio subito. Riportala indietro». Il testo è stato poi condiviso sui social dal Movimento dei docenti idonei esclusi, realtà che raccoglie le esperienze di numerosi precari impegnati da anni nella ricerca di una cattedra stabile.
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Dodici anni tra supplenze e prove
Silvia insegna in una scuola del quartiere Torpignattara, a Roma, e prima dell’assunzione definitiva ha affrontato cinque concorsi. Ogni incarico le ha richiesto di adattarsi a un contesto nuovo, ricominciando da capo sia sul piano professionale sia nelle relazioni con colleghi e studenti.
Il percorso verso il ruolo è stato accompagnato da studio, procedure selettive, certificazioni e percorsi universitari abilitanti, spesso sostenuti con un investimento di tempo e denaro. Intanto, anche quando l’esperienza in classe aumentava, la condizione contrattuale rimaneva provvisoria.
La spiegazione prima della partenza
Quando ha saputo di essere stata immessa in ruolo, l’insegnante ha pensato a come comunicare la notizia ai suoi alunni. Non voleva che a settembre trovassero una persona diversa senza conoscere il motivo della sua assenza, così ha scritto una lettera per preparare la classe al distacco.
Nei mesi precedenti Silvia aveva già dovuto assentarsi per prepararsi a una prova concorsuale. Ai bambini aveva spiegato il senso di quelle giornate di studio; un alunno di 8 anni, colpito dalla situazione, le aveva fatto notare quanto fosse singolare che una maestra già in servizio dovesse ancora dimostrare di essere capace di insegnare.
La docente considera inevitabile, per chi lavora da precario, essere pronto a cambiare continuamente scuola e metodo. Tuttavia, ogni passaggio lascia qualcosa alle spalle: la classe, le abitudini condivise e il rapporto con alunni che finiscono per vivere l’addio come una perdita concreta.
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