Ucraina, l’allarme Onu: 8 vittime su 10 sono uomini
L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Mosca e Kiev di interrompere ogni abuso sessuale, accertare rapidamente le responsabilità e garantire assistenza e risarcimenti alle persone sopravvissute.
L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Mosca e Kiev di interrompere ogni abuso sessuale, accertare rapidamente le responsabilità e garantire assistenza e risarcimenti alle persone sopravvissute. Allo stesso tempo, invita la Russia a consentire verifiche indipendenti nei luoghi di detenzione e nelle zone occupate, mentre all’Ucraina domanda maggiori tutele per i prigionieri nelle ore successive alla cattura.
Kiev risponde, ma le indagini restano limitate
Alle autorità ucraine il rapporto attribuisce 112 casi, pari all’11% del totale: 98 riguardano uomini e 14 donne. Gli episodi sono stati rilevati tra 63 prigionieri di guerra russi o di altri Paesi, su 881 persone ascoltate, e tra 49 detenuti accusati di reati collegati al conflitto, su 656 intervistati.
In 54 circostanze, cioè nel 48% dei casi attribuiti a Kiev, si è trattato esclusivamente di minacce. Non risultano stupri o tentativi di stupro tra i prigionieri di guerra, mentre tra i detenuti civili sono stati registrati due tentati stupri e due aggressioni sessuali. Il 71% degli abusi sui prigionieri è avvenuto subito dopo la cattura, soprattutto durante gli interrogatori e in strutture non ufficiali o di passaggio.
L’Ufficio riconosce all’Ucraina l’accesso garantito agli osservatori, l’adozione di indicazioni sul diritto umanitario, la ratifica dello Statuto di Roma e nuove disposizioni sulla responsabilità dei comandanti. Tuttavia, dopo l’apertura nel 2024 di un’inchiesta su una struttura dove 16 prigionieri russi avevano denunciato abusi, non risultano procedimenti arrivati oltre la fase investigativa.
Un bilancio grave, ma ancora incompleto
Nel periodo compreso tra il 2022 e il 31 luglio 2026, le Nazioni Unite hanno verificato 1.004 casi di violenza sessuale legata al conflitto. Di questi, 892 — l’89% — sono stati attribuiti alle autorità russe. Otto vittime su dieci sono uomini, nella quasi totalità dei casi sottoposti agli abusi mentre si trovavano in stato di detenzione.
Il conteggio considera ogni caso come riferito a una persona sopravvissuta, anche quando comprende più modalità di violenza. Il numero reale potrebbe quindi essere molto più alto: gli osservatori non hanno accesso alle aree controllate dalla Russia e Mosca non ha collaborato con l’Ufficio sul tema. Le testimonianze provenienti da quei territori emergono soprattutto dopo la liberazione o la fuga delle persone coinvolte, che spesso esitano a parlare per vergogna, paura di ritorsioni e stigma sociale.
La definizione comprende molti abusi
Per il rapporto, la violenza sessuale connessa ai conflitti include stupro, schiavitù sessuale, prostituzione, gravidanza o aborto imposti e sterilizzazione forzata. Nella stessa categoria rientrano anche mutilazioni genitali, tentativi di stupro, aggressioni, scariche elettriche sui genitali, percosse, nudità imposta, trattamenti degradanti e intimidazioni a sfondo sessuale.
Le minacce vengono dunque conteggiate, ma i dati sugli stupri sono indicati separatamente e soltanto in valore assoluto. Tra i casi attribuiti alla Russia figurano 11 episodi ai danni di prigionieri di guerra o personale sanitario trattenuto, 13 tra civili detenuti e 57 ai danni di civili non privati della libertà. Sul versante ucraino, il documento non segnala stupri.
Nelle carceri russe la violenza è sistematica
L’Onu ha raccolto le testimonianze di 915 militari ucraini e operatori sanitari dopo la loro liberazione. In 572 interviste, pari al 63%, i racconti sono stati giudicati dettagliati e coerenti con episodi di violenza sessuale.
Gli abusi sarebbero avvenuti durante l’intero percorso della prigionia: dalla cattura al trasporto, dall’arrivo nelle strutture agli interrogatori, fino alle ispezioni delle celle e ai giorni che precedevano gli scambi. Le testimonianze fanno riferimento a 83 strutture ufficiali e 81 luoghi non ufficiali o di transito, distribuiti in sei regioni ucraine occupate o controllate dalla Russia e in 25 regioni russe.
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La pratica più frequente è stata la nudità forzata, riscontrata nel 65% dei casi. Seguono le percosse o le scariche elettriche sul corpo nudo, con il 61%, e i colpi ai genitali, con il 43%. Alcuni sopravvissuti hanno riferito della presenza di medici durante l’ingresso nelle strutture; in determinate circostanze, il personale sanitario avrebbe assistito ai maltrattamenti, vi avrebbe preso parte oppure non sarebbe intervenuto.
Civili esposti nelle zone occupate
Tra i civili sottoposti a detenzione sono stati verificati 205 casi: 156 uomini, 48 donne e un ragazzo. Anche in questo gruppo la nudità imposta, indicata nel 37% delle testimonianze, e le scariche elettriche ai genitali, presenti nel 25%, risultano tra le forme più ricorrenti.
Al di fuori delle strutture detentive il quadro cambia. Nei 95 episodi documentati nelle aree abitate dove erano presenti forze russe, le vittime sono soprattutto donne: 72 adulte e 14 ragazze. Gli stupri sono 57, compresi 15 casi di violenza di gruppo.
La maggior parte delle denunce relative alle zone residenziali risale al periodo tra marzo e novembre 2022, quando la riconquista dei territori ha consentito a molte sopravvissute di raccontare quanto accaduto. L’Ufficio ha tuttavia registrato episodi anche nel 2025 e avverte che donne e ragazze continuano a essere esposte finché i militari russi restano sul posto.
Le norme russe alimentano l’impunità
Secondo il rapporto, non risultano iniziative russe note per perseguire gli abusi sessuali commessi dalle proprie autorità. La legge federale 270-FZ, approvata nel giugno 2023, esclude dalla responsabilità penale militari accusati di reati di qualunque gravità quando ricevono una decorazione statale o lasciano il servizio per età, ferite o conclusione della mobilitazione; inoltre, il comandante può chiedere la sospensione delle indagini.
Nel marzo 2024 la legge 64-FZ ha ampliato questa protezione a chi era già sotto inchiesta per reati commessi prima dell’arruolamento, ai militari in servizio e alle persone che stavano scontando una pena prima di entrare nelle forze armate. Per gli illeciti compiuti durante il servizio, il testo non stabilisce limiti all’esenzione.
A questo si aggiungono, rileva l’Onu, garanzie procedurali deboli o inesistenti nei luoghi di detenzione, contatti con l’esterno fortemente ridotti e controlli medici che spesso non erano finalizzati a individuare torture o maltrattamenti.
Le richieste rivolte ai due governi
L’Ufficio sollecita entrambi gli schieramenti a fermare gli abusi, svolgere verifiche indipendenti e tempestive e offrire ai sopravvissuti cure, sostegno e riparazioni. A Mosca chiede anche di condannare pubblicamente le violenze, aprire l’accesso alle strutture detentive e ai territori occupati, cancellare le norme che proteggono i militari dalla perseguibilità e ritirare le truppe dall’Ucraina, in linea con due risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
A Kiev viene chiesto di trasferire senza ritardi i prigionieri nei centri ufficiali, rafforzare la protezione dei detenuti civili e proseguire l’applicazione delle norme sui risarcimenti alle vittime. Il documento ricorda così che la responsabilità per gli abusi riguarda entrambe le parti, pur in presenza di una netta prevalenza dei casi attribuiti alle autorità russe.
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