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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Ucraina, la resa costerebbe più della difesa europea

Bosnia e missione Althea mostrano i costi della stabilità dopo un accordo di pace senza garanzie durature

La resa dell’Ucraina non garantirebbe all’Europa un risparmio sulla difesa.

Un cessate il fuoco può diventare necessario e una trattativa può essere auspicabile, ma senza garanzie credibili il conflitto rischierebbe di spostare i suoi costi sugli anni successivi, sulle frontiere degli Stati vicini e sulle generazioni chiamate a proteggerle. La guerra può arrestarsi rapidamente; le conseguenze strategiche, invece, tendono a durare molto più a lungo.

La vicenda bosniaca offre un precedente concreto. Gli accordi di Dayton hanno impedito una nuova guerra per 31 anni, ma ancora oggi la Bosnia-Erzegovina ospita una missione militare internazionale incaricata di preservare la stabilità.

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La lezione della Bosnia

Il 14 dicembre 1995 la firma degli accordi di Dayton pose termine a un conflitto che aveva causato circa centomila morti e milioni di persone costrette a lasciare le proprie case. Il negoziato era stato condotto nel novembre precedente alla base aerea di Wright-Patterson, in Ohio, da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione statunitense di Richard Holbrooke.

Quel compromesso raggiunse l’obiettivo immediato della pace, ma trasferì le divisioni etniche dentro il sistema istituzionale. La Bosnia venne articolata nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, affiancate da una presidenza tripartita e da numerosi meccanismi di rappresentanza e veto.

L’architettura costituzionale, pensata per scongiurare il ritorno delle armi, ha spesso rallentato il funzionamento ordinario dello Stato. Le spinte separatiste, le contestazioni rivolte alle autorità centrali e la debolezza politica hanno mantenuto necessario il presidio internazionale.

A Brčko, nella regione bosniaca, quattro italiani sono morti nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impiegato nell’operazione europea Eufor Althea. Altre undici persone sono rimaste ferite.


Il compito di Eufor Althea

Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea dirige l’operazione, subentrata alla Nato. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ne ha autorizzato il mandato; oggi la missione comprende circa 1.200 militari e punta a mantenere condizioni di sicurezza, verificare l’applicazione militare degli accordi di Dayton e sostenere la formazione delle forze armate bosniache.

Althea non svolge soltanto una funzione di osservazione. I suoi reparti pattugliano il territorio, conducono esercitazioni, raccolgono informazioni e mantengono contatti con istituzioni e comunità locali. In caso di peggioramento della situazione, il mandato consente anche interventi diretti.

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Dal 21 gennaio 2026 il comando è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda. L’Italia aveva già assunto la guida dell’operazione nel 2005-2006 e nel 2008-2009; per il 2026 il Parlamento ha autorizzato un massimo di 320 militari, insieme a mezzi terrestri e risorse aeree.

Il contingente italiano comprende personale dell’Esercito impegnato nella sorveglianza e nell’analisi delle informazioni, reparti di fanteria e unità dell’Aviazione dell’Esercito. La struttura riflette il modello della cooperazione europea: l’indirizzo politico è dell’Unione, mentre uomini e mezzi vengono messi a disposizione dai singoli Paesi. Alcune funzioni di comando e pianificazione sono garantite dagli accordi Berlin Plus con la Nato.


Difesa europea e costi futuri

L’esperienza bosniaca mostra che l’Unione dispone già di missioni e capacità operative fuori dai propri confini. Nel Mediterraneo l’operazione Irini contribuisce al controllo dell’embargo sulle armi destinato alla Libia; nel Mar Rosso Aspides protegge il traffico commerciale; nell’Oceano Indiano Atalanta opera per la sicurezza delle rotte marittime. Eumam Ukraine è invece dedicata all’addestramento dei militari ucraini.

L’Italia partecipa a diverse di queste attività e ospita a Roma il quartier generale del comando strategico di Irini. L’Unione, tuttavia, non dispone di un esercito federale e non possiede ancora l’autonomia necessaria per affrontare senza alleati una guerra convenzionale di grandi dimensioni.

Le principali capacità militari restano infatti dipendenti dalle decisioni dei governi nazionali, mentre numerosi strumenti decisivi sono ancora collegati alla Nato e agli Stati Uniti. È da questo divario tra impegni assunti e mezzi disponibili che nasce il programma Safe, basato su 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti e acquisti comuni, insieme al piano di preparazione militare previsto per il 2030.

Uno studio del Kiel Institute for the World Economy aveva stimato nel 2024 che, per la Germania, un’interruzione degli aiuti occidentali e una conseguente avanzata russa avrebbero prodotto nei cinque anni successivi costi economici compresi tra dieci e venti volte quelli necessari a proseguire il sostegno militare a Kiev. La valutazione dipende dalle ipotesi adottate, ma mette in discussione l’idea che la resa coincida automaticamente con una riduzione della spesa.

Una vittoria russa potrebbe essere seguita da nuove iniziative ostili del Cremlino, anche se nessuno può prevedere con certezza tempi e modalità. Diversi esperti e servizi di intelligence temono un possibile tentativo di verificare la solidità dell’articolo 5 della Nato. Tra chi ha prospettato questa eventualità c’è Carlo Masala, professore all’Università della Bundeswehr di Monaco, intervenuto durante la Lennart Meri Conference.

Un’Ucraina disarmata e sottoposta a un governo vicino a Mosca porterebbe l’influenza militare russa fino ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania. La conclusione dei combattimenti potrebbe quindi aprire una lunga fase di instabilità, con nuove necessità per la difesa aerea, la deterrenza, le infrastrutture, l’intelligence e il controllo delle frontiere.

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