Adesione Ue, l'Ucraina attende riforme e tempi certi
Kiev ha aperto i negoziati dopo la candidatura del 2022, ma Bruxelles mantiene condizioni e non indica una data d'ingresso
L'Ucraina continua a negoziare con l'Unione europea per diventare membro, ma l'ingresso resta legato a riforme ancora da completare e senza una scadenza fissata da Bruxelles. Volodymyr Zelensky presentò la richiesta il 28 febbraio 2022, pochi giorni dopo l'avvio dell'invasione russa.
La guerra è ancora in corso e l'esercito russo controlla circa un quinto del territorio ucraino. L'Unione europea riconosce la resistenza di Kiev, ma non considera concluso il percorso di avvicinamento: tra i dossier più delicati ci sono sicurezza, agricoltura, ricostruzione, nuove imprese e adeguamento delle istituzioni agli standard comunitari.
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Il percorso verso l'Unione europea
La candidatura fu firmata mentre le forze russe bombardavano il Paese. Da allora Kiev ha compiuto progressi nel negoziato, però l'adesione richiede l'allineamento a numerose regole europee e risultati concreti sul piano delle riforme.
Bruxelles non ha promesso un calendario definitivo. La conclusione dei colloqui dipenderà anche dalla capacità ucraina di rafforzare lo Stato di diritto, contrastare la corruzione e rendere più solide le strutture pubbliche. L'eventuale ingresso avrebbe conseguenze rilevanti anche per la difesa comune, il mercato agricolo e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate.
Un Paese vasto e colpito dalla guerra
Con oltre 603mila chilometri quadrati, l'Ucraina è lo Stato più esteso del continente europeo e ha una superficie quasi doppia rispetto a quella italiana. Confina con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldova, Bielorussia e Russia; a sud si affaccia sul Mar Nero e sul Mar d'Azov.
Il territorio è in larga parte pianeggiante e attraversato dal Dnipro, che passa anche per Kiev. La fertilità della terra nera ha sostenuto una forte produzione agricola, mentre Kharkiv, Odessa, Dnipro e Leopoli rappresentano importanti centri industriali, portuali, universitari e commerciali.
La Russia mantiene il controllo della Crimea, di quasi tutta Lugansk, di ampie porzioni di Donetsk e di vaste aree nelle regioni di Zaporizhzhia e Cherson. Prima dell'attacco su larga scala, escludendo la Crimea, la popolazione era di circa 41,2 milioni di persone.
Secondo Eurostat, 4,43 milioni di cittadini fuggiti dall'Ucraina beneficiano della protezione temporanea nell'Unione europea, soprattutto in Germania, Polonia e Repubblica Ceca. Altri 3,47 milioni risultano sfollati all'interno del Paese, mentre quasi 5,2 milioni di persone hanno trovato rifugio in altri Stati europei.
Dalla Rus' all'epoca sovietica
Tra il IX e il XIII secolo Kiev fu il centro della Rus', realtà storica da cui discendono tradizioni condivise da ucraini, russi e bielorussi. Dopo la conquista mongola del 1240, le terre ucraine passarono sotto autorità lituane e polacco-lituane; nel Seicento nacque l'Etmanato cosacco, in seguito assorbito nella sfera moscovita.
Una parte consistente del territorio entrò nell'Impero russo, mentre le regioni occidentali furono governate dagli Asburgo. Dopo una breve esperienza statale nel 1918, nel 1922 l'Ucraina divenne una delle repubbliche fondatrici dell'Urss.
Tra il 1932 e il 1933 la collettivizzazione imposta da Stalin provocò una carestia di massa, ricordata come Holodomor. Le autorità requisirono grano e altri alimenti anche nei villaggi ormai privi di risorse e impedirono agli abitanti delle aree colpite di allontanarsi. Ucraina e altri 28 Paesi riconoscono quella tragedia come genocidio.
Nel 1941 la Germania nazista attaccò l'Unione Sovietica e occupò gran parte dell'Ucraina. La popolazione ebraica fu sottoposta a uccisioni sistematiche: il 29 e 30 settembre, a Babyn Yar, nei pressi di Kiev, furono assassinati 33.771 ebrei.
Nel 1944 Stalin accusò i tatari di Crimea di avere collaborato con i nazisti e ordinò la deportazione di circa 190mila persone, trasferite soprattutto in Uzbekistan. Molti morirono durante il viaggio o nei primi anni dell'esilio. Dieci anni dopo, nel 1954, la penisola fu trasferita dalla repubblica sovietica russa a quella ucraina attraverso una decisione amministrativa interna all'Urss.
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Indipendenza e tensioni con Mosca
Il 24 agosto 1991 Kiev dichiarò la propria indipendenza, mentre l'Unione Sovietica si avviava alla dissoluzione. Al referendum del 1° dicembre il 90,32% dei votanti approvò la scelta, con maggioranze favorevoli anche a Donetsk e Lugansk.
Nel dicembre 1994 l'Ucraina sottoscrisse il Memorandum di Budapest con Russia, Stati Uniti e Regno Unito. In cambio di garanzie sul rispetto della sovranità e dei confini, rinunciò all'arsenale atomico ereditato dall'Urss; le ultime testate furono trasferite in Russia nel 1996.
Durante gli anni Novanta, la vendita delle imprese pubbliche concentrate nei settori siderurgico ed energetico accumulò ricchezze e potere nelle mani di pochi imprenditori. Nacque così il sistema degli oligarchi, destinato a influenzare a lungo la politica nazionale.
I primi presidenti furono Leonid Kravchuk, in carica dal 1991 al 1994, e Leonid Kuchma, che guidò il Paese dal 1994 al 2005. Kuchma tentò di conservare rapporti sia con Mosca sia con l'Occidente, ma il suo periodo fu segnato da accuse di corruzione e autoritarismo.
Nel 2004 le contestazioni contro l'esito delle elezioni presidenziali diedero vita alla Rivoluzione arancione. La Corte suprema dispose la ripetizione del ballottaggio, poi vinto da Viktor Yushchenko, favorevole all'avvicinamento a Ue e Nato. Le divisioni interne alla sua maggioranza rallentarono però le riforme, e nel 2010 fu eletto Viktor Yanukovych, più vicino alla Russia.
Dal Maidan all'invasione
La protesta esplose nel novembre 2013, dopo la sospensione dei preparativi per un'intesa con l'Unione europea. La mobilitazione di Maidan si estese in tutta Kiev; gli scontri con le forze di sicurezza causarono oltre cento morti e, nel febbraio 2014, Yanukovych lasciò il Paese.
Pochi giorni dopo militari russi privi di insegne presero il controllo della Crimea. Mosca organizzò quindi un referendum sull'annessione, mai riconosciuto da gran parte della comunità internazionale. Nel Donbas, gruppi separatisti sostenuti dalla Russia conquistarono porzioni di Donetsk e Lugansk.
Gli accordi firmati a Minsk nel 2014 e nel 2015 coinvolsero Ucraina, Russia, Osce e rappresentanti filorussi. Il testo prevedeva una tregua, l'allontanamento delle armi pesanti, la restituzione dei detenuti e un regime autonomo per alcune aree del Donbas. I combattimenti, tuttavia, proseguirono e gli impegni rimasero in larga parte senza applicazione.
Il 24 febbraio 2022 la Russia avviò l'offensiva su vasta scala. Le sue truppe arrivarono vicino a Kiev, ma furono respinte; nei sobborghi di Bucha e Irpin furono documentati uccisioni e torture contro civili. Nel sud, Mariupol rimase sotto assedio per lungo tempo e un bombardamento distrusse il teatro dove si erano rifugiate centinaia di persone.
Con il sostegno di Stati Uniti e Unione europea, l'Ucraina riconquistò nell'autunno 2022 ampie zone della regione di Kharkiv e la città di Cherson. In seguito il conflitto si trasformò in una guerra di logoramento lungo centinaia di chilometri, tra trincee, campi minati e attacchi con droni.
I combattimenti proseguono soprattutto nelle aree orientali e meridionali. I bombardamenti russi colpiscono anche centri abitati e infrastrutture energetiche, provocando vittime civili e interruzioni della corrente. Kiev ha inoltre intensificato le operazioni in profondità oltre il confine russo, prendendo di mira obiettivi sul territorio della Federazione.
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