Tumori, 4 milioni di italiani: la sfida ora è accedere alle cure
La mortalità oncologica è in calo e aumentano sopravvivenza e guarigioni, ma l’accesso ai farmaci innovativi resta lento e diseguale in Europa.
Sono 4 milioni gli italiani che oggi convivono con gli effetti di una diagnosi di cancro. Nel 2025, nel nostro Paese, sono stati stimati circa 390.000 nuovi casi, ma per molte neoplasie le probabilità di sopravvivenza continuano a migliorare: a cinque anni è vivo il 63% delle donne e il 54% degli uomini. Almeno una persona su quattro, inoltre, torna ad avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale e può essere considerata guarita.
Per consolidare questi risultati, secondo Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), servono investimenti costanti nella ricerca e nella prevenzione. Il progresso, infatti, non dipende soltanto dalla scoperta di nuove terapie, ma anche dalla possibilità di renderle disponibili senza ritardi ai pazienti che ne hanno bisogno.
In Europa il 5% della popolazione ha ricevuto una diagnosi oncologica: si tratta di 23,7 milioni di persone. È su questa platea sempre più ampia che si misura la capacità dei sistemi sanitari di trasformare l’innovazione scientifica in cure concrete.
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Sopravvivenza più alta, accesso ancora lento
Ogni anno nel continente vengono individuati 2,7 milioni di nuovi tumori, una media di cinque casi ogni minuto. Parallelamente, le campagne di prevenzione e i trattamenti più efficaci hanno contribuito a evitare circa 7,3 milioni di morti per cancro nell’Unione europea dal 1988 a oggi.
Per il 2026 sono attesi circa 1.230.000 decessi oncologici. Rispetto alla media del periodo 2020-2022, la mortalità dovrebbe ridursi del 7,8% tra gli uomini e del 5,9% tra le donne. Il calo più marcato riguarda il carcinoma polmonare nella popolazione maschile, con una diminuzione stimata del 22,5%.
Questi dati sono stati presentati a Madrid, dove si apre il congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo). In quell’occasione l’Aiom ha richiamato l’attenzione sui tempi necessari per ottenere i nuovi medicinali: in Europa, nel 2025, l’attesa media è arrivata a 655 giorni.
Farmaci innovativi, il divario resta
Nel continente viene messo a disposizione mediamente soltanto il 51% dei farmaci approvati dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema). L’Italia si colloca in una posizione migliore rispetto alla media: garantisce l’accesso all’89% delle terapie oncologiche autorizzate, seconda soltanto alla Germania, ferma al 91%. Seguono Austria con l’86%, Spagna con il 73% e Francia con il 68%.
Il vantaggio italiano si riduce però quando si osservano i tempi. Per ottenere la disponibilità delle nuove cure occorrono 470 giorni, circa 15 mesi. Nel 2024 la media era di 441 giorni, mentre nell’insieme dell’Europa si è passati da 586 a 655 giorni in un solo anno.
Dopo il via libera alla rimborsabilità da parte dell’Agenzia italiana del farmaco, il percorso può infatti proseguire a livello regionale e ospedaliero. L’inserimento nei prontuari terapeutici locali, le gare d’acquisto e ulteriori procedure amministrative rischiano di aggiungere nuove settimane o mesi. Di Maio chiede che il farmaco sia utilizzabile subito dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale: «Le cure devono essere disponibili per tutti i pazienti, perché si possa parlare di equità nell’innovazione».
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La nuova oncologia cambia la spesa
Tra il 2014 e il 2023 la spesa europea per i medicinali antitumorali è salita da 24,9 a 64,3 miliardi di euro. L’aumento risente sia del costo dei trattamenti sia della crescita del numero di persone colpite dalla malattia. L’Italia assorbe il 14% della spesa continentale e occupa il terzo posto, dietro Germania e Francia, entrambe al 19%.
Nel frattempo è cambiata anche la composizione degli investimenti. Il peso della chemioterapia sul totale è sceso dal 22% del 2014 al 6% del 2023, mentre le immunoterapie da sole rappresentano il 29% della spesa. Giuseppe Curigliano, presidente eletto dell’Esmo, collega questa trasformazione alla diffusione dell’oncologia di precisione, che consente di scegliere il trattamento sulla base delle caratteristiche del singolo paziente.
Anche il ritmo delle autorizzazioni è aumentato: dalla media di un nuovo farmaco l’anno registrata tra il 1995 e il 2000 si è arrivati a circa 14 all’anno nel periodo 2021-2024. La velocità di accesso, tuttavia, varia molto tra gli Stati. La Germania ha reso disponibili entro poco più di 100 giorni il 91% dei farmaci approvati dall’Ema, mentre Romania, Estonia, Malta, Slovacchia e Lettonia non superano il 20%; in Lituania, Romania ed Estonia il rimborso può richiedere circa 1.000 giorni.
Il rischio legato ai prezzi Usa
Un ulteriore ostacolo potrebbe arrivare dalla clausola della «nazione più favorita», introdotta dall’amministrazione statunitense. L’obiettivo è allineare il prezzo dei medicinali americani a quello più basso praticato in altri Paesi, tra cui l’Italia.
Secondo Di Maio, le aziende potrebbero reagire rinviando l’arrivo in Europa di alcune terapie innovative o scegliendo di non commercializzarle in determinati mercati. Il timore è che un prezzo ridotto in Italia finisca per influenzare i ricavi ottenibili negli Stati Uniti, considerati più elevati.
Dati molecolari per cure mirate
La medicina personalizzata si basa sempre di più sui test dei biomarcatori. Rossana Berardi, presidente eletta dell’Aiom, sottolinea che il sequenziamento di nuova generazione permette di esaminare contemporaneamente numerose alterazioni molecolari, ma che l’interpretazione dei risultati richiede competenze specialistiche.
In questo processo assumono un ruolo centrale i comitati multidisciplinari dedicati ai tumori molecolari, chiamati a trasformare i dati genomici in decisioni cliniche. «Sostenere l’oncologia italiana significa non solo garantire oggi cure migliori ai pazienti, ma contribuire a produrre qui l’innovazione e le evidenze che guideranno le cure di domani», ha affermato Berardi.
L’Italia può contare su un Servizio sanitario nazionale strutturato, su una ricerca clinica competitiva e su una grande quantità di dati provenienti dalla pratica assistenziale, compresi quelli raccolti nei registri di monitoraggio dell’Aifa. Per gli esperti, valorizzare queste risorse significa attirare sperimentazioni e investimenti, oltre a rafforzare la capacità del Paese di sviluppare nuove soluzioni terapeutiche.
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