Trump frena Israele, Netanyahu rilancia: l’Iran torna nel mirino
Una nuova offensiva israeliana sarebbe stata fermata da Washington, mentre il premier e il ministro della Difesa evocano ancora il rovesciamento del regime iraniano alla vigilia del voto
Una nuova operazione israeliana contro l’Iran, prevista per il 10 ottobre, sarebbe stata bloccata dall’intervento diretto di Donald Trump. Il piano avrebbe coinvolto bombardamenti prolungati contro centrali elettriche, strutture nucleari e altre infrastrutture, ma sulla sua reale esistenza resta una contrapposizione tra le ricostruzioni della stampa internazionale e quelle del Jerusalem Post.
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Washington prova a evitare un nuovo fronte
Secondo quanto riferito dal Financial Times, Benjamin Netanyahu aveva incaricato le forze armate di preparare un attacco su larga scala. Tre fonti avrebbero confermato l’ipotesi, mentre il quotidiano israeliano sostiene che né il premier né Israel Katz, né altri membri del governo, avessero ordinato all’Idf di predisporre l’operazione.
La Casa Bianca, almeno per ora, non sembra intenzionata a sostenere un’ulteriore campagna militare israeliana. Washington punta piuttosto a mantenere aperto il canale diplomatico con Teheran e a spingere il confronto verso un accordo, nonostante le minacce provenienti da Tel Aviv.
Hormuz resta il nodo dei negoziati
Le posizioni di Stati Uniti e Iran rimangono molto distanti. Marco Rubio ha definito estremamente complesso il raggiungimento di un’intesa e ha fatto sapere che la pressione economica proseguirà fino a quando Teheran non interromperà gli attacchi alle navi mercantili nello Stretto di Hormuz.
Abbas Araghchi ha invece ribadito che il passaggio marittimo resterà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni iraniane. I contatti indiretti continuano attraverso Pakistan e Qatar, ma il ministro degli Esteri sostiene che gli Stati Uniti avrebbero accolto il piano iraniano di sette giorni per fermare la guerra, chiedendo soltanto l’inserimento di alcune clausole.
Teheran lascia aperta la diplomazia
Il capo della diplomazia iraniana ha escluso qualsiasi concessione davanti alle sanzioni o alle minacce militari. Dopo tre tornate di colloqui con gli Stati Uniti, tutte seguite da un conflitto contro l’Iran secondo la sua ricostruzione, Araghchi continua comunque a considerare possibile una soluzione negoziale: «L’unica soluzione adeguata è la diplomazia».
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La crisi resta così sospesa tra trattative e preparativi militari. La chiusura dello Stretto di Hormuz aggiunge pressione sul confronto, mentre Washington cerca di impedire che le dichiarazioni dei governi si trasformino in una nuova offensiva regionale.
Netanyahu torna alla linea dura
A sei giorni dalle elezioni israeliane, Netanyahu ha nuovamente indicato nel cambio di regime a Teheran l’obiettivo necessario per eliminare la minaccia. Durante una cerimonia militare nel sud di Israele, il premier ha sostenuto che l’Iran non avrebbe compreso gli avvertimenti ricevuti e ha assegnato a Idf, Mossad e apparati di sicurezza una direttiva precisa: «Rovesciare il regime in Iran».
Il primo ministro ha inoltre rivolto un avvertimento a Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema, accusandolo di seguire la linea del padre e di voler rilanciare il programma iraniano per lo sviluppo di armi offensive. Non è tuttavia chiaro se le sue parole rappresentino un ordine operativo o una posizione politica espressa nel pieno della campagna elettorale.
Anche Israel Katz ha prospettato il rischio di un nuovo scontro, attribuendone però l’eventuale responsabilità a Teheran e ai suoi alleati. Il ministro della Difesa ha affermato che la fragilità del regime potrebbe spingerlo verso azioni estreme e ha accusato l’Iran di voler condizionare il voto israeliano: «Se l’Iran attacca Israele, l’Iran brucerà!»
Le dichiarazioni arrivano dopo la campagna militare iniziata il 28 febbraio, che non ha prodotto cambiamenti sostanziali nella linea politica iraniana. Resta quindi da capire se il linguaggio usato da Netanyahu e Katz anticipi decisioni concrete oppure risponda soprattutto alla fase elettorale e alla necessità di mostrare fermezza davanti all’opinione pubblica israeliana.
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