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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Trapianti, 2.400 occasioni perse: il nodo segnalato dagli anestesisti

Dal dolore non riconosciuto all’anemia preoperatoria, il congresso Siaarti mette in luce tre situazioni in cui individuare subito il problema può cambiare l’esito delle cure.

Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il record di 4.678 trapianti, ma le opposizioni alla donazione hanno impedito circa 2.400 interventi. È uno dei dati emersi a Milano durante Icare 2026, il congresso nazionale numero 80 di Siaarti, dove gli anestesisti-rianimatori hanno richiamato l’attenzione su tre passaggi delicati: riconoscere un potenziale donatore, controllare il dolore e individuare l’anemia prima di un’operazione.

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La fiducia resta decisiva per donare

Nel nostro Paese i donatori deceduti sono stati 30,9 ogni milione di abitanti nel 2025: un risultato che ha collocato l’Italia al secondo posto in Europa, dietro la Spagna e davanti alla Francia. I donatori effettivamente utilizzati sono stati 1.760, mentre quelli a cuore fermo hanno contribuito con 897 trapianti a partire da 428 donatori, pari a circa un quinto dell’attività complessiva da donatore deceduto.

La lista d’attesa supera ancora le 8.400 persone. Secondo il Centro nazionale trapianti, tra i 3,77 milioni di cittadini che hanno espresso la propria scelta al rinnovo della carta d’identità il 40,1% ha rifiutato la donazione. Marinella Zanierato, responsabile Siaarti per la Macroarea Nord e coordinatrice del percorso congressuale dedicato a donazione e trapianto, ha sottolineato che il dialogo con i familiari deve basarsi su ascolto, presenza e spiegazioni comprensibili, separando sempre la decisione sulla donazione dalle cure necessarie a salvare il paziente.


Il dolore non può aspettare

Per un possibile donatore, il primo obiettivo rimane la stabilizzazione clinica e la valutazione della gravità delle lesioni. Solo quando la situazione lo consente si prende in esame l’eventuale donazione, con il coinvolgimento della rianimazione e del coordinamento ospedaliero; le scelte terapeutiche, ha ribadito Zanierato, devono rimanere completamente indipendenti da quella possibilità.

Un altro tema riguarda i pazienti che arrivano in emergenza dopo un trauma. Chi ha avuto una dipendenza dagli oppioidi può ricevere meno analgesici del necessario a causa dello stigma o del timore di riattivare la dipendenza. Silvia Natoli, responsabile dell’area Siaarti dedicata alla medicina del dolore e alle cure palliative, ha spiegato che la soluzione consiste nel trattare subito il trauma con un piano personalizzato, combinando più strumenti e controllando l’evoluzione del paziente, senza trascurare il disturbo da uso di oppioidi.

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La gestione deve proseguire anche dopo la terapia intensiva, attraverso un collegamento chiaro tra reparto, servizi per il dolore, medico di famiglia e strutture per le dipendenze. Lo stesso principio vale per l’anziano fragile che si frattura il femore: in un caso discusso al congresso, un paziente di 84 anni era caduto in ospedale mentre attendeva l’intervento. Per questa frattura l’operazione è indicata entro 48 ore e il dolore dovrebbe essere affrontato già in pronto soccorso, perché uno stimolo non controllato può mettere sotto pressione cuore e reni e favorire il delirio. I blocchi anestetici dei nervi, eseguiti precocemente, possono ridurre il ricorso agli oppioidi.


Correggere l’anemia prima dell’intervento

Tra i percorsi presentati a Milano c’è anche quello di un paziente di 72 anni destinato a un’operazione addominale, nel quale la visita preoperatoria ha fatto emergere un’anemia mai trattata. La condizione riguarda circa il 30% dei malati prima dell’intervento e può arrivare all’85% dopo; affrontare un’operazione senza averla corretta aumenta il rischio di trasfusioni urgenti e di morte.

Il programma di gestione del sangue del paziente punta proprio a individuare e curare l’anemia prima dell’ingresso in sala operatoria, limitando le trasfusioni ai casi indispensabili. Edoardo De Robertis, responsabile dell’area Siaarti per l’anestesia e la medicina perioperatoria, ha riferito che questo approccio accorcia la degenza, riduce infezioni, infarti, ictus e mortalità ospedaliera e porta a un calo del 41% nell’impiego di emoderivati. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei ad averlo introdotto come obbligo previsto dalla legge.

Il congresso Icare 2026, in corso a Milano fino a sabato 24 ottobre, ha così messo in evidenza il ruolo trasversale dell’anestesista-rianimatore. Può essere il primo professionista a intercettare un problema durante la valutazione preoperatoria, in pronto soccorso o in terapia intensiva: intervenire con tempestività può offrire settimane per correggere un’anemia, oppure soltanto poche ore per controllare il dolore o riconoscere una possibile donazione.

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