982notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Tre rischi invisibili in ospedale: la sfida degli anestesisti

Dal sangue povero di emoglobina al dolore trascurato, fino alla possibile donazione: il congresso Siaarti richiama l’attenzione sulle decisioni da prendere in poche ore.

Non sempre le emergenze più delicate sono evidenti al primo sguardo. Un’anemia ignorata prima di un’operazione, un dolore sottovalutato o la mancata identificazione di un possibile donatore possono cambiare rapidamente l’esito delle cure. Sono i tre scenari al centro di Icare 2026, il congresso nazionale della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, in corso a Milano fino a sabato 24 ottobre.

Offerta del giorno23 ottobre

LOOKFANTASTIC

-22% da LOOKFANTASTIC IT

Scade domani
******


L’anemia va individuata prima dell’intervento

Tra i casi discussi durante l’appuntamento c’è quello di un uomo di 72 anni, destinato a un’operazione all’addome e risultato anemico durante la valutazione preoperatoria. La condizione è tutt’altro che eccezionale: interessa circa il 30% dei pazienti prima di un intervento e può arrivare all’85% dopo l’operazione.

Affrontare un’operazione con un’anemia non trattata espone a un rischio maggiore di trasfusioni urgenti e di morte. Per questo viene indicato il programma di gestione del sangue del paziente, che punta a scoprire e correggere il problema in anticipo, riducendo l’impiego di sangue e derivati ai soli casi necessari. Edoardo De Robertis, responsabile dell’area Siaarti dedicata all’anestesia e alla medicina perioperatoria, spiega che questo approccio può diminuire ricoveri, infezioni, infarti, ictus e mortalità ospedaliera, oltre a ridurre del 41% l’utilizzo di prodotti ematici. L’Italia, aggiunge, è tra i pochissimi Paesi europei ad averlo reso obbligatorio per legge.


Il dolore non può aspettare

Un secondo tema riguarda i pazienti che arrivano in pronto soccorso con dolore intenso, ma rischiano di ricevere cure insufficienti. È il caso, ad esempio, di chi ha una precedente dipendenza dagli oppioidi e viene coinvolto in un incidente: il timore di riattivare la dipendenza o il pregiudizio possono portare a sottovalutare il bisogno di analgesici.

Silvia Natoli, responsabile Siaarti per la medicina del dolore e le cure palliative, sottolinea che la soluzione non consiste nel negare gli oppioidi, bensì nel trattare subito il trauma con una strategia personalizzata, basata su più strumenti e sottoposta a controllo. Il percorso dovrebbe proseguire anche dopo la terapia intensiva, coordinando ospedale, specialista del dolore, medico di famiglia e servizi per le dipendenze.

Lo stesso rischio di sottovalutazione riguarda l’anziano con una frattura del femore. Nel caso esaminato al congresso, un uomo di 84 anni era caduto in ospedale mentre attendeva l’intervento. Le indicazioni Siaarti raccomandano di operare entro 48 ore e di intervenire subito sul dolore, perché una sofferenza non controllata può mettere sotto stress cuore e reni e favorire il delirium. I blocchi anestetici dei nervi, eseguiti precocemente, consentono inoltre di limitare il ricorso agli oppioidi.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.


Donazione, la decisione corre in parallelo

Il terzo scenario nasce ancora una volta in pronto soccorso: mentre i medici cercano di salvare una persona gravemente ferita, devono anche capire se possa esistere una possibilità di donazione. La priorità resta sempre la stabilizzazione del paziente e l’avvio delle cure necessarie; soltanto quando il quadro lo consente si coinvolgono rianimazione e coordinamento ospedaliero.

Marinella Zanierato, responsabile Siaarti per la Macroarea Nord, ribadisce che l’assistenza e la donazione seguono percorsi distinti: «Le decisioni sulle cure restano sempre indipendenti dalla donazione». Riconoscere tempestivamente un potenziale donatore permette di rispettare le volontà espresse in vita, senza condizionare il lavoro dell’équipe sanitaria.

Nel 2025 l’Italia ha registrato 30,9 donatori deceduti ogni milione di abitanti, risultando seconda in Europa dietro la Spagna e davanti alla Francia. I dati del Centro nazionale trapianti indicano 1.760 donatori utilizzati e 4.678 trapianti, entrambi ai livelli più alti mai raggiunti. La donazione a cuore fermo ha contribuito con 428 donatori e 897 trapianti, circa un quinto dell’attività legata ai donatori deceduti.


Il nodo dei rifiuti familiari

Nonostante i risultati, oltre 8.400 persone sono ancora in lista d’attesa. Il Centro nazionale trapianti stima inoltre che nel 2025 siano sfumati circa 2.400 trapianti a causa delle opposizioni alla donazione.

Al rinnovo della carta d’identità, 3,77 milioni di cittadini hanno registrato la propria scelta: il 40,1% ha espresso un rifiuto. Secondo Zanierato, nelle aree con più donatori il risultato dipende dalla collaborazione tra pronto soccorso, rianimazioni e strutture di coordinamento, sostenuta da personale preparato e dalla fiducia dei cittadini. Con le famiglie, conclude la specialista, servono ascolto, presenza e spiegazioni comprensibili, così da accompagnare una decisione consapevole senza sovrapporla alle cure.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere