Donazione, dolore e anemia: le tre emergenze invisibili in ospedale
Al congresso Icare 2026 gli anestesisti-rianimatori richiamano l’attenzione sui rischi che possono sfuggire tra pronto soccorso, sala operatoria e terapia intensiva.
La fiducia delle famiglie può diventare decisiva quando si parla di donazione degli organi. In quel momento, spiegazioni chiare, presenza e capacità di ascolto aiutano a rispettare la volontà della persona e a sostenere una scelta consapevole, mantenendo però separato il tema della donazione dalle decisioni cliniche.
Nel 2025 l’Italia ha registrato 30,9 donatori deceduti ogni milione di abitanti, seconda in Europa soltanto alla Spagna e davanti alla Francia. I donatori utilizzati sono stati 1.760 e i trapianti 4.678, il dato più elevato mai raggiunto nel Paese. Restano tuttavia oltre 8.400 persone in lista d’attesa e circa 2.400 trapianti non sono stati effettuati a causa delle opposizioni.
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Donazione, il nodo resta il consenso
La donazione a cuore fermo ha contribuito con 428 donatori e 897 trapianti, pari a circa un quinto dell’attività legata ai donatori deceduti. Tra i 3,77 milioni di cittadini che hanno indicato la propria volontà al momento del rinnovo della carta d’identità, il 40,1% ha espresso un rifiuto.
Marinella Zanierato, referente Siaarti per la Macroarea Nord e coordinatrice del percorso dedicato a donazione e trapianto, sottolinea che il buon funzionamento dipende dal coordinamento tra pronto soccorso, rianimazione e strutture incaricate della donazione. Secondo la specialista, il rapporto con i familiari deve basarsi su “ascolto, presenza e spiegazioni comprensibili”, mentre l’assistenza deve restare sempre indipendente dall’eventuale possibilità di donare.
Prima dell’intervento l’anemia pesa
Un paziente di 72 anni, destinato a un’operazione all’addome, è al centro di uno dei casi discussi durante il congresso: gli esami preoperatori rivelano un’anemia mai affrontata. La condizione riguarda circa il 30% dei pazienti prima di un intervento e può arrivare all’85% dopo; se non viene corretta, accresce il pericolo di trasfusioni urgenti e di morte.
Il programma di gestione del sangue del paziente punta proprio a individuare e trattare l’anemia prima dell’ingresso in sala operatoria, ricorrendo agli emoderivati soltanto quando servono. Edoardo De Robertis, responsabile dell’Area culturale Anestesia e medicina perioperatoria Siaarti, riferisce che questo approccio riduce degenza, infezioni ospedaliere, infarti, ictus e mortalità, oltre a tagliare del 41% l’impiego di prodotti del sangue. L’Italia è tra i pochi Paesi europei ad averlo reso obbligatorio per legge.
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Il dolore non può aspettare
Un’altra criticità riguarda i pazienti che arrivano in pronto soccorso con un dolore sottostimato. Chi ha una storia di dipendenza dagli oppioidi, per esempio dopo un incidente stradale, può ricevere meno analgesici del necessario per il timore di favorire una nuova dipendenza o per la difficoltà di valutare il bisogno reale.
Silvia Natoli, responsabile dell’Area culturale Medicina del dolore e cure palliative Siaarti, chiarisce che la soluzione non consiste nel negare gli oppioidi, bensì nel predisporre un trattamento personalizzato, combinato e controllato, affrontando nello stesso tempo l’eventuale disturbo da uso di queste sostanze. Il percorso dovrebbe proseguire anche dopo la terapia intensiva, con un collegamento definito tra reparto, servizi del dolore, medico di famiglia e strutture per le dipendenze.
Lo stesso rischio di sottovalutazione riguarda la frattura del femore nell’anziano. In un caso analizzato dagli specialisti, un paziente di 84 anni è caduto in ospedale mentre attendeva l’operazione, indicata entro 48 ore. Natoli avverte: “Nell’anziano con frattura di femore il dolore va trattato subito, già in pronto soccorso”. Un dolore non controllato può sottoporre a ulteriore stress cuore e reni, già fragili, e favorire il delirium; i blocchi anestetici precoci consentono inoltre di limitare il ricorso agli oppioidi.
Tre percorsi al congresso Icare
Questi temi sono al centro di Icare 2026, 80esimo Congresso nazionale della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, in programma a Milano fino a sabato 24 ottobre. I percorsi proposti seguono situazioni nelle quali l’anestesista-rianimatore può essere il primo professionista a intercettare un problema: durante la valutazione prima dell’intervento, in pronto soccorso o nel reparto di terapia intensiva.
Nel caso di un possibile donatore, la priorità rimane stabilizzare la persona, valutare l’entità delle lesioni e avviare le cure necessarie. Solo all’interno di questo percorso può essere considerata anche l’eventualità della donazione, coinvolgendo la rianimazione e il coordinamento ospedaliero. “Le decisioni sulle cure restano sempre indipendenti dalla donazione”, ribadisce Zanierato.
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