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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Telegram, riappare Phica: oltre 11mila iscritti in pochi giorni

La Polizia Postale distingue tra imitatori e vecchi gestori e spiega quando una segnalazione può avviare gli accertamenti

La comunità Telegram “Phica – La rinascita” ha superato 11mila iscritti in pochi giorni, riproponendo la condivisione di immagini senza consenso.

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Quando si può procedere

La Polizia può intervenire anche senza una querela quando il reato contestato prevede la procedibilità d’ufficio o ricorrono condizioni particolari, come accade per il materiale pedopornografico. Le segnalazioni inoltrate attraverso i canali istituzionali della Polizia di Stato e della Polizia Postale vengono comunque valutate dagli investigatori.

Per la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, invece, la querela della persona offesa rappresenta di norma il passaggio necessario, salvo le eccezioni stabilite dalla legge. Prima di procedere occorre verificare la natura del materiale, ricostruire chi lo abbia pubblicato e stabilire quale ipotesi di reato possa configurarsi.


Commenti e responsabilità individuali

La presenza di frasi offensive accanto alle immagini può aprire profili diversi. La pubblicazione del contenuto e gli insulti rivolti alla persona ritratta non sono la stessa condotta: in base alle parole utilizzate e al contesto, possono emergere anche responsabilità per diffamazione, generalmente perseguibile a querela.

Gli accertamenti devono quindi separare il ruolo di chi ha caricato il materiale da quello di chi ha aggiunto messaggi o rilanciato i contenuti. Anche l’amministratore della chat non risponde automaticamente di tutto ciò che pubblicano gli iscritti: bisogna verificare quali poteri avesse, che cosa sapesse e se abbia partecipato a specifiche attività illecite.


La nuova chat e il vecchio nome

Il gruppo comparso su Telegram ha ripreso il riferimento a Phica.eu, portale sequestrato dalla magistratura circa un anno fa. Al suo interno sono tornate a circolare immagini intime o sottratte di donne, spesso presentate con commenti sessisti e umilianti.

Maria Rosaria Romano, direttrice della Seconda Divisione del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, ha avvertito che «il nome, da solo, non basta per stabilirlo». La scelta di un’etichetta già conosciuta può servire a ottenere rapidamente attenzione, ma non dimostra che i responsabili siano gli stessi.

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Come si ricostruiscono i legami

Gli investigatori esaminano la gestione del canale, i rapporti tra gli account, la cronologia delle attività e gli elementi digitali utili a collegare singole persone alle pubblicazioni. In questo modo possono distinguere una continuità effettiva da un’operazione di imitazione.

Secondo Romano, dietro la riapertura di gruppi con nomi già finiti sotto i riflettori possono esserci emulatori interessati alla visibilità. Non è però possibile applicare automaticamente lo stesso schema a ogni caso: a contare sono le azioni concrete e l’identità di chi le compie.


Blocco dei canali e indagini

La chiusura di uno spazio online può seguire strade differenti. Una piattaforma può rimuovere un canale in base alle proprie regole e alle segnalazioni ricevute, mentre per il sequestro di un’infrastruttura serve un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

Per i siti che diffondono materiale pedopornografico, il Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online individua i domini attraverso controlli e segnalazioni, inserendoli in una lista di blocco. I fornitori di accesso impediscono così la navigazione dall’Italia, ma la misura non equivale né al sequestro del dominio né alla cancellazione dei file dai server esteri.

Quando dominio, gestore e server si trovano in Paesi differenti, diventano necessari gli strumenti della cooperazione internazionale di polizia e giudiziaria. Anche dopo l’oscuramento di un canale, gli investigatori devono conservare le prove, identificare gli autori e fissare le tracce digitali prima che vengano eliminate.

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