Taranto, mensa negata a una bambina: debito contestato
La studentessa deve lasciare l’istituto durante il pranzo; il Comune parla di morosità comunicata alla famiglia
A Taranto una bambina di nove anni è stata esclusa dalla mensa scolastica per una morosità contestata alla famiglia. La piccola frequenta una scuola a tempo pieno e, durante la pausa, deve essere accompagnata a casa per mangiare prima di tornare in classe.
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La versione del Comune
L’assessora alla Pubblica Istruzione di Taranto, Maria Lucia Simeone, ha respinto la ricostruzione secondo cui alla bambina sarebbe stato negato il pasto davanti ai compagni. Secondo quanto ha spiegato, i genitori erano stati avvertiti e hanno potuto prenderla prima dell’orario previsto per il pranzo.
Simeone ha riferito che la direzione scolastica aveva segnalato alla famiglia la morosità già il 15 aprile. Ha inoltre sostenuto che l’importo dovuto risultava consultabile nella piattaforma usata per prenotare i pasti, sia fino alla fine dell’anno scolastico precedente sia dopo la riattivazione del servizio, avvenuta a ottobre.
L’assessora ha definito l’episodio spiacevole e ha annunciato verifiche per chiarire la sequenza degli avvenimenti. «Alla bambina non è stato sottratto il pasto davanti ai suoi compagni, al momento del pranzo», ha detto, riservandosi ulteriori accertamenti.
Gli importi indicati negli atti
La famiglia sostiene di essere stata inizialmente informata di un arretrato pari a 12,80 euro, senza che il Comune ne avesse chiesto prima il pagamento. In una comunicazione del 3 novembre, però, gli uffici municipali avrebbero riportato una somma diversa: 38,40 euro.
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Nella stessa comunicazione, l’amministrazione avrebbe subordinato la conferma dell’iscrizione alla mensa alla regolarizzazione della posizione. Da quel momento la bambina non ha più potuto consumare il pranzo con i compagni, con ripercussioni sulla normale frequenza delle lezioni pomeridiane.
La diffida dei genitori
I genitori, assistiti da un avvocato, hanno inviato una diffida al Comune e chiesto il ripristino immediato del servizio. Il legale sostiene che, in una scuola a tempo pieno, la mensa non sia un’attività accessoria, ma una componente del percorso educativo e dell’esercizio del diritto all’istruzione.
Secondo la famiglia, l’esclusione avrebbe anche esposto la bambina a una situazione di isolamento rispetto alla classe, oltre a incidere sulla sua dignità e sul principio di uguaglianza. La diffida prospetta un ricorso urgente al Tribunale se il servizio non verrà riattivato.
Il padre ha chiesto di consultare la documentazione per capire l’origine dell’importo richiesto. «Siamo rimasti scioccati. Non si nega soltanto il pasto, ma anche il diritto allo studio», ha dichiarato, contestando il passaggio da 38,40 a 12,80 euro e l’assenza, a suo dire, di una comunicazione chiara.
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