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Attualità 4 min di lettura13 ott

Svezia, il cambio di mentalità che ha acceso la corsa delle imprese

Dalla diffidenza degli anni Settanta alla nascita di decine di imprese miliardarie: il caso svedese mostra quanto il clima sociale incida sull’economia.

Il dinamismo delle imprese svedesi non si spiega soltanto con il livello delle imposte o con il numero di ricchi che scelgono di trasferirsi all’estero. Alla base c’è soprattutto una trasformazione culturale: l’imprenditore, un tempo considerato con sospetto, è diventato per molti giovani una figura da emulare.

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La fiducia ha cambiato l’economia

Stoccolma è oggi uno dei principali poli europei per la nascita di imprese valutate almeno un miliardo di dollari. La Svezia ne ha già generate 46 e detiene il primato continentale per numero di queste società in rapporto alla popolazione. Tra i nomi più noti figurano Spotify, Klarna, King e iZettle.

Anche il mercato azionario conferma questo fermento. Secondo l’Ocse, dal 2014 al 2025 sono state quotate in Svezia 1.114 aziende; nel solo 2025, Stoccolma è risultata la principale piazza europea per numero di nuove quotazioni. Un risultato difficilmente immaginabile nella Svezia degli anni Settanta, quando la pressione fiscale era molto più pesante e il mondo produttivo godeva di scarsa considerazione.

A raccontare quel periodo sono stati alcuni imprenditori svedesi che hanno vissuto direttamente gli anni Settanta e Ottanta. Il ricordo più forte non riguarda soltanto le aliquote, ma il clima generale: chi faceva impresa veniva percepito quasi come un avversario della società, anziché come qualcuno capace di creare opportunità e lavoro.


Quando la ricchezza diventa un bersaglio

Negli ultimi decenni, secondo le loro testimonianze, l’atteggiamento è mutato radicalmente. Gli imprenditori non vengono più utilizzati come capri espiatori e, soprattutto tra le nuove generazioni, sono spesso considerati esempi di successo. L’ammirazione sociale può così alimentare il desiderio di fondare un’azienda e di seguire una strada simile.

Negli anni Settanta, invece, lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger descriveva una società in cui i benestanti si sentivano esclusi e privi di riconoscimento. «Si sentivano superflui, non rispettati ed emarginati», scriveva, sottolineando che il problema per loro non era soltanto il peso delle tasse, ma anche l’assenza di comprensione da parte del resto del Paese.

Oggi l’invidia verso i più ricchi risulta meno diffusa in Svezia rispetto a Francia e Germania. Nel Paese scandinavo sono state inoltre abolite da tempo le imposte sulle successioni, sulle donazioni e sul patrimonio. In Francia e Germania, al contrario, la ricchezza è più spesso rappresentata come qualcosa da colpire o da recuperare attraverso la fiscalità.

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Le tasse sono il sintomo finale

L’aumento delle imposte sui cittadini più facoltosi viene spesso discusso contando quanti di loro emigrano o misurando l’effetto immediato sul gettito. Ma la maggior parte delle persone benestanti continua a vivere nel proprio Paese anche quando l’aliquota massima cresce o viene introdotta un’imposta patrimoniale. A trattenerle possono essere gli affetti, le amicizie, l’età, la difficoltà di imparare una nuova lingua o la speranza che la situazione politica migliori; in altri casi pesa il costo fiscale dell’espatrio.

Il danno più significativo, quindi, non coincide necessariamente con la fuga dei ricchi. Le imposte elevate arrivano spesso dopo una lunga campagna politica e mediatica che presenta gli imprenditori come responsabili delle disuguaglianze. Quando questa narrazione si impone, chi crea imprese può smettere di sentirsi apprezzato anche prima che il Parlamento approvi nuove tasse.

La differenza emerge nel confronto tra società che considerano i ricchi bersagli da colpire e Paesi, come Polonia e Vietnam, dove vengono più facilmente percepiti come modelli. Uno studio condotto in 13 nazioni indica livelli di invidia sociale maggiori in Francia e Germania e più contenuti in Polonia e Vietnam. Il maggiore dinamismo economico di questi ultimi Paesi può essere legato anche alla diversa percezione del successo.


Creare ricchezza o dividerla

Secondo questa lettura, la tassazione dei più ricchi rappresenta soprattutto l’esito di un cambiamento precedente nella mentalità collettiva. Gli economisti tendono a concentrarsi sul carico fiscale delle imprese o sul numero di persone che lasciano il Paese, ma così rischiano di trascurare le conseguenze psicologiche del clima sociale. Le aliquote elevate non sarebbero dunque la causa iniziale del declino, bensì il segnale di una direzione già sbagliata.

Alla base c’è una concezione dell’economia definita “a somma zero”: se qualcuno diventa ricco, si presume che lo faccia sottraendo risorse agli altri, come se la quantità disponibile fosse fissa. In una società dominata da questa idea, l’attenzione si sposta dalla produzione di nuova ricchezza alla sua sola redistribuzione.

Il contrasto è netto. Dove i giovani vedono negli imprenditori figure da seguire, aumentano le possibilità che nascano nuove aziende e si rafforzi l’iniziativa privata. Dove invece la parola “ricco” viene usata come un insulto, gli effetti sullo sviluppo possono essere più profondi e duraturi di quelli misurabili contando quanti contribuenti facoltosi decidono di partire.

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