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Attualità 2 min di lettura14 ott

Olio italiano, il test del Dna smaschera le etichette: cosa sapere

Uno studio dell’Università di Bari ha individuato varietà tunisine e algerine in bottiglie vendute come europee, mentre aumentano le richieste di controlli.

I produttori olivicoli chiedono verifiche più severe dopo aver denunciato possibili miscelazioni tra olio importato e prodotto nazionale. «Servono controlli: troppi delinquenti importano porcherie, le mescolano all’olio nostro e fanno l’extravergine», è la protesta rilanciata dagli agricoltori.

A Bari il sindaco Vito Leccese ha chiesto alla Asl di organizzare una campagna straordinaria di prelievi e analisi. L’attenzione dovrebbe riguardare sia la grande distribuzione sia i piccoli esercizi, con particolare riferimento alle bottiglie vendute come italiane al 100% a prezzi insolitamente contenuti.

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I controlli richiesti dai produttori

L’iniziativa del Comune arriva mentre nei serbatoi le scorte di olio risultano quasi raddoppiate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, fino a sfiorare un incremento del 50%. Il dato alimenta i sospetti del comparto sulle modalità con cui prodotti di diversa origine vengono presentati al consumatore.

Maria Lisa Clodoveo, docente di tecnologie alimentari, invita tuttavia a non considerare automaticamente negativo l’olio tunisino. Secondo la studiosa, il 95% dell’olivicoltura tunisina conserva metodi tradizionali e ricorre in misura ridotta ai fertilizzanti chimici.


Il Dna mette alla prova le etichette

A esaminare la corrispondenza tra contenuto e indicazioni in bottiglia è stato uno studio di Cinzia Montemurro, genetista agraria dell’Università di Bari, pubblicato sulla rivista Food. Il gruppo di ricerca ha confrontato 28 campioni grazie a una banca dati delle varietà di olivo: alcuni sono risultati coerenti con quanto riportato, mentre altri, indicati come europei, contenevano materiale genetico riconducibile a cultivar extraeuropee.

L’indagine ha utilizzato residui cellulari presenti nell’olio e marcatori genetici chiamati microsatelliti, strumenti impiegati anche nelle analisi forensi. «Abbiamo una banca dati delle varietà che ci ha consentito, in un caso, di prendere in rassegna 28 campioni di olio», ha spiegato Montemurro in un’intervista. Tra le provenienze individuate compaiono soprattutto Tunisia e Algeria.

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Origine e prezzo devono combaciare

Le varietà di olivo sono generalmente legate a territori precisi, fatta eccezione per cultivar diffuse in più Paesi, come il leccino. Per questo l’analisi del Dna può aiutare a ricostruire l’origine botanica delle olive anche quando le informazioni commerciali risultano poco chiare.

Montemurro collabora con i tribunali e con l’Icqrf, l’organismo incaricato di contrastare le frodi agroalimentari. I controlli vengono svolti durante le campagne olearie e oggi possono contare anche su strumenti molecolari, spettroscopici e chimici.

Per chi acquista, il prezzo rappresenta un primo elemento da valutare insieme all’etichetta. «Deve guardare l’etichetta e correlarla al prezzo, facendo attenzione ai prezzi esageratamente bassi», ha raccomandato la genetista, sottolineando che un costo troppo ridotto può essere incompatibile con l’origine italiana dichiarata.

La stessa ricercatrice preferisce comprare direttamente da chi possiede gli ulivi e porta le olive al frantoio. Tra le sue scelte c’è la coratina, varietà che apprezza per la maggiore ricchezza di polifenoli.

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