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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Stipendi, l’età pesa: perché i giovani restano indietro del 29,7%

La distanza salariale tra lavoratori con meno di 35 anni e over 50 resiste quasi invariata e diventa più pesante quando l’inflazione accelera.

Il divario tra le buste paga dei giovani e quelle dei lavoratori più anziani non è soltanto una fotografia delle carriere: può ridurre la capacità delle nuove generazioni di difendersi dall’aumento dei prezzi. Tra chi ha meno di 35 anni e chi ne ha più di 50, la differenza retributiva media raggiunge il 29,7%.

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La distanza cresce in alcuni settori

La forbice diventa ancora più ampia nei comparti finanziario e assicurativo, dove arriva al 42,4%. Nei servizi di informazione e comunicazione il valore sale al 42,5%, mentre resta più vicino alla media nell’industria manifatturiera, con il 28,9%, e nel commercio, con il 29,6%.

Le differenze risultano più contenute nei trasporti, al 18,5%, negli alberghi e nella ristorazione, al 19,2%, e nella sanità e assistenza sociale, al 13,7%. Si tratta però dei settori in cui le retribuzioni sono mediamente più basse per tutte le fasce d’età.


Carriere e contratti fanno la differenza

Il confronto riguarda esclusivamente dipendenti occupati per l’intero anno con un rapporto a tempo pieno. Restano quindi fuori le forme di lavoro discontinue e, più in generale, il cosiddetto precariato. Per i giovani considerati nell’analisi, l’imponibile previdenziale medio è di 29.569 euro, che si traducono in circa 20 mila euro annui in busta paga.

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Per gli oltre 50, invece, il lordo medio raggiunge 42.145 euro e il reddito dopo imposte e contributi si attesta a 28.443 euro. A incidere sono la progressione professionale, gli aumenti legati all’anzianità e i premi di produttività. I lavoratori più giovani, inoltre, vengono spesso inseriti con contratti di apprendistato, che prevedono agevolazioni contributive.


Dieci anni senza recupero reale

Rispetto al 2014, la distanza si è ridotta soltanto in parte: allora il divario era pari al 34,5%. Nel frattempo le retribuzioni nominali sono aumentate del 17%, ma il risultato cambia considerando il costo della vita: rivalutando gli importi del 2014 ai prezzi attuali, la variazione reale è negativa e arriva a -0,9%.

A pesare sono anche i tempi dei rinnovi contrattuali. Nel settore privato, i contratti collettivi nazionali in scadenza nel 2027 saranno 42 e riguarderanno più di 6,5 milioni di dipendenti. Per chi è entrato da poco nel mercato del lavoro, il mancato adeguamento degli stipendi può rendere ancora più difficile assorbire nuove fiammate inflazionistiche.

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