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Attualità 4 min di lettura5 ore fa

Israele al voto senza maggioranza: chi può cambiare gli equilibri

Netanyahu ed Eisenkot partono da posizioni opposte, ma il risultato del 27 ottobre potrebbe consegnare la Knesset a una nuova coalizione.

Le elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre si annunciano senza un vincitore autosufficiente. I sondaggi indicano infatti che né Benjamin Netanyahu né Gadi Eisenkot riusciranno probabilmente a raggiungere, con i rispettivi schieramenti, la soglia di 61 seggi necessaria per controllare la Knesset. Dopo il voto, la partita potrebbe quindi spostarsi dalle urne ai negoziati tra i partiti.

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Una sfida aperta tra due leader

Benjamin Netanyahu, 77 anni, guida il Likud e resta il personaggio più longevo e influente della politica israeliana. Nel corso della sua carriera ha attraversato conflitti, crisi, scandali e l’attacco del 7 ottobre 2023, considerato il più sanguinoso nella storia recente del Paese.

I suoi sostenitori gli attribuiscono risultati sul fronte della sicurezza e dell’economia, oltre a rapporti solidi con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Gli avversari, invece, lo ritengono responsabile delle carenze politiche e di sicurezza che precedettero l’attacco e criticano la gestione dei successivi conflitti con Iran, Libano e Yemen. Nel 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Netanyahu respinge ogni accusa ed è inoltre imputato in un procedimento interno per frode, abuso d’ufficio e tangenti.

Gadi Eisenkot, 66 anni, rappresenta la principale alternativa centrista. Nato in una famiglia operaia di ebrei marocchini, ha trascorso circa quarant’anni nelle Forze di difesa israeliane, fino a diventarne capo di Stato Maggiore. Dal 2022 è entrato in politica e ora dirige Yashar, il maggiore partito di opposizione.


Eisenkot cerca una strada diversa

La sua vicenda personale è segnata dalla guerra: il figlio Gal, di 25 anni, è morto combattendo nella Striscia di Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre; nello stesso conflitto sono rimasti uccisi anche due suoi nipoti. Eisenkot ha fatto parte come osservatore del gabinetto di guerra di Netanyahu, ma ha lasciato l’incarico dopo otto mesi, accusando il primo ministro di non disporre di una strategia definita.

Oggi propone un’alternativa moderata sul piano politico, pur mantenendo posizioni rigide in materia di sicurezza. A lui viene associata la cosiddetta Dottrina Dahiyeh, basata sull’uso di una forza sproporzionata nelle aree da cui partono gli attacchi dei militanti. Una sua eventuale vittoria potrebbe portare per la prima volta alla guida del governo un primo ministro israeliano di origine mizrahi, cioè appartenente alle comunità ebraiche provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, a lungo penalizzate rispetto alle élite di origine europea.


Gli alleati decisivi dopo il voto

Tra i possibili protagonisti della fase successiva alle elezioni c’è Naftali Bennett, 54 anni, ex primo ministro e capo della lista Beyachad, costruita insieme al centrista Yair Lapid. Di orientamento conservatore e religioso, Bennett rifiuta l’indipendenza palestinese e sostiene gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

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Prima di entrare nella Knesset, nel 2013, aveva lavorato come capo di gabinetto di Netanyahu e aveva guidato il Consiglio di Yesha, che riunisce le autorità locali degli insediamenti. Nel 2021 è diventato primo ministro grazie a un accordo di rotazione con Lapid, dopo che il suo partito Yamina aveva ottenuto sette seggi e consentito la nascita di una coalizione comprendente forze di sinistra e arabe. Pur condividendo con Netanyahu una linea dura verso i palestinesi, Bennett contesta la gestione della sicurezza e il conflitto istituzionale aperto dal premier contro il sistema giudiziario.

Un altro possibile ago della bilancia è Itamar Ben-Gvir, 50 anni, ministro della Sicurezza nazionale e guida di Otzma Yehudit. Esponente dell’estrema destra ultranazionalista, ha diverse condanne, compresa una per il sostegno a un’organizzazione terroristica, ed è sotto indagine della Procura di Roma per presunti abusi e trattamenti degradanti ai danni di attivisti italiani della Sumud Flotilla, fermati nel maggio 2026 in acque internazionali mentre erano diretti verso Gaza.

Avvocato, Ben-Gvir si è fatto conoscere difendendo estremisti ebrei accusati di aggressioni contro palestinesi. Da adolescente aveva rifiutato l’arruolamento nell’esercito per le proprie convinzioni politiche ed era vicino al rabbino Meir Kahane, sostenitore dell’espulsione dei palestinesi da Israele, Gaza e Cisgiordania. In seguito ha proposto un piano per l’emigrazione, definita da lui volontaria, di circa 2 milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza e ha sostenuto il ritorno degli insediamenti ebraici nell’enclave.


Il voto arabo può pesare

Mansour Abbas, 52 anni, guida Ra’am ed è deputato alla Knesset dal 2019. Medico dentista e politico arabo-palestinese originario del nord di Israele, ha portato il suo partito a diventare nel 2021 la prima formazione araba a partecipare a una coalizione di governo.

La sua strategia punta soprattutto su temi interni alle comunità arabe, come il contrasto alla criminalità, lasciando in secondo piano il conflitto israelo-palestinese. L’obiettivo è aumentare la rappresentanza di Ra’am e renderla più appetibile per eventuali accordi parlamentari. In questa prospettiva, Abbas ha inserito come secondo candidato della lista Yoav Segalovitz, ex comandante di polizia e politico ebreo di area centrista.

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