Israele al voto: Netanyahu rischia tutto contro il fronte del cambiamento
Il 27 ottobre oltre 7 milioni di cittadini sceglieranno il nuovo Parlamento, in una consultazione segnata dalla sicurezza, dalla guerra e dalla crisi politica del premier
La sfida decisiva potrebbe nascere lontano dai palazzi del potere: nelle scorse settimane alcuni dei principali oppositori di Benjamin Netanyahu si sono riuniti in modo informale attorno a un tavolino, dando volto al cosiddetto «blocco del cambiamento». L’obiettivo condiviso è allontanare il premier, ma trasformare quell’intesa in una maggioranza stabile sarà tutt’altro che semplice.
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Un fronte unito solo contro Netanyahu
Nell’incontro, organizzato da Yair Lapid, erano presenti anche Naftali Bennett, Gadi Eisenkot, Yair Golan e Avigdor Lieberman. I cinque rappresentano storie e orientamenti differenti: dalla destra di Bennett al centro di Lapid ed Eisenkot, fino alle posizioni più dure di Lieberman e alla sinistra guidata da Golan.
Il sistema proporzionale impone però di votare per liste di partito, non direttamente per un candidato premier. I seggi saranno quindi distribuiti in base ai risultati delle singole formazioni, rendendo delicata la costruzione di un esecutivo capace di tenere insieme alleati con programmi spesso distanti.
Gli ex alleati diventati rivali
Lieberman, 68 anni, è stato per lungo tempo vicino a Netanyahu e ha ricoperto l’incarico di ministro della Difesa. Nel 2018 abbandonò il governo accusando il primo ministro di troppa arrendevolezza verso i gruppi armati palestinesi presenti a Gaza. Da allora è diventato uno dei suoi avversari più severi; il suo partito, Israel Beitenu, raccoglie soprattutto consensi tra gli immigrati arrivati dall’ex Unione Sovietica.
Yair Golan, 64 anni, guida invece I Democratici, formazione nata dalla fusione tra il Partito Laburista e Meretz. Durante l’attacco del 7 ottobre 2023 si è distinto per aver portato in salvo diverse persone, un episodio che ha rafforzato la sua immagine pubblica. Anche lui, come gli altri leader dell’opposizione, punta a trasformare la crisi del governo in un cambio di maggioranza.
La sicurezza pesa più della guerra
Le elezioni del 27 ottobre 2026 coinvolgeranno più di 7 milioni di israeliani e saranno le prime consultazioni nazionali dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023, partito dalla Striscia di Gaza. Il voto si terrà inoltre a otto mesi dall’avvio del conflitto con l’Iran, in un clima dominato da emergenze militari e forti divisioni interne.
Il dibattito, tuttavia, non riguarda soltanto le operazioni israeliane a Gaza, il controllo di ampie aree del Libano meridionale o la presenza in alcune zone della Siria. Al centro della campagna ci sono soprattutto le falle che permisero l’attacco più sanguinoso nella storia del Paese, la leva obbligatoria, il rapporto tra religione e istituzioni e il progetto di revisione della giustizia.
Netanyahu resta il bersaglio principale
Benjamin Netanyahu, 77 anni, arriva all’appuntamento elettorale dopo mesi difficili. I rilevamenti avevano inizialmente prospettato una sua uscita di scena, ma la distanza dagli avversari si è ridotta con l’avvicinarsi delle urne e il fronte contrario non appare ancora in grado di assicurarsi un governo senza complicate trattative.
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Al potere per gran parte del periodo iniziato nel 2009, dopo una prima esperienza da premier negli anni Novanta, Netanyahu è ormai il principale volto internazionale di Israele. Nel Paese, invece, continua a suscitare reazioni opposte: i suoi sostenitori lo chiamano «Re Bibi» e lo descrivono come l’uomo necessario per proteggere lo Stato in una regione instabile.
Il premier tra accuse e rilancio
La sua permanenza politica è appesa anche a vicende giudiziarie e contestazioni sulla sicurezza. Netanyahu è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra commessi a Gaza, accuse che respinge, mentre in Israele affronta un processo per corruzione, negando ogni responsabilità.
Dopo il 7 ottobre, il Likud ha perso terreno e la reputazione del premier come garante della sicurezza è stata indebolita da rivelazioni secondo cui avrebbe ricevuto avvertimenti su un possibile attacco su larga scala senza intervenire. Anche alcune scelte del suo esecutivo sul rapporto tra Stato e religione hanno incontrato opposizione. Nonostante questo, Netanyahu continua a contare sulla propria capacità di superare le crisi e in campagna elettorale ha promesso di lavorare alla formazione di un governo di «ampia unità nazionale».
I nomi che sfidano il premier
Tra gli avversari più accreditati c’è Gadi Eisenkot, 66 anni, già capo di stato maggiore e padre di un soldato morto combattendo a Gaza. Il suo profilo militare e le posizioni rigide sulla sicurezza si accompagnano a un’immagine distante dalla politica tradizionale: le sue origini modeste vengono contrapposte alla lunga permanenza di Netanyahu ai vertici del potere e alle accuse giudiziarie che lo riguardano.
Eisenkot dirige Yashar, nuovo partito centrista il cui nome in ebraico richiama le idee di correttezza e onestà. Accanto a lui si muovono Naftali Bennett, 54 anni, ex militare di un’unità speciale e imprenditore dell’alta tecnologia, e Yair Lapid, già primo ministro e leader centrista. I due hanno dato vita alla formazione Insieme, con l’ambizione di ricostruire un Paese segnato dal trauma e di riprendere il controllo della direzione politica.
Bennett e Lapid avevano già dimostrato di poter battere Netanyahu: nel 2021 la loro intesa contribuì a estrometterlo dal governo. Questa volta, però, la varietà delle forze coinvolte rende più incerto il percorso verso una maggioranza, mentre il risultato del voto stabilirà se il premier potrà restare al centro della scena o se il fronte avversario riuscirà finalmente a sostituirlo.
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