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Attualità 4 min di lettura5 ore fa

Israele al voto, l’incognita delle alleanze: chi può guidare la Knesset

Netanyahu ed Eisenkot sono i principali sfidanti, ma il risultato potrebbe dipendere dai partiti minori e dagli accordi necessari per raggiungere la maggioranza.

La partita per il governo israeliano potrebbe essere decisa dai partiti più piccoli. Mansour Abbas, leader di Ra'am, punta infatti a rafforzare il peso della componente araba concentrandosi su temi concreti per le comunità locali, mentre altri protagonisti della campagna elettorale si contendono l’elettorato di destra e quello centrista.

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Abbas cerca un ruolo decisivo

Cinquantaduenne, politico e dentista arabo-palestinese originario del nord di Israele, Abbas siede alla Knesset dal 2019. È alla guida di Ra'am, la prima formazione araba entrata in una coalizione di governo, nel 2021.

La sua strategia elettorale mette in secondo piano il conflitto israelo-palestinese e insiste su questioni come la criminalità nelle località arabe. L’obiettivo è aumentare la rappresentanza parlamentare del partito e renderlo un interlocutore utile nella costruzione della prossima maggioranza. Per rafforzare questa impostazione, Abbas ha inserito al secondo posto della lista Yoav Segalovitz, ex comandante di polizia e politico ebreo di area centrista.


Ben-Gvir spinge ancora a destra

Tra i nomi più controversi c’è Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader di Otzma Yehudit. Cinquant’anni, avvocato, ha alle spalle diverse condanne, compresa una legata al sostegno a un’organizzazione terroristica, e si è fatto conoscere anche per la difesa di estremisti ebrei accusati di aggressioni contro palestinesi.

Da giovane rifiutò il servizio militare per le proprie posizioni radicali e fu seguace del rabbino Meir Kahane, fautore dell’allontanamento dei palestinesi da Israele, Gaza e Cisgiordania. Ben-Gvir ha inoltre promosso l’idea di una presunta emigrazione volontaria di circa 2 milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza e sostiene il ritorno degli insediamenti ebraici nell’enclave.

Il buon risultato ottenuto da Otzma Yehudit nelle ultime elezioni gli ha aperto la strada al ministero e ha accentuato l’impronta nazionalista della coalizione guidata da Netanyahu. Ben-Gvir è anche indagato dalla Procura di Roma per presunti abusi e trattamenti degradanti denunciati da attivisti italiani della Sumud Flotilla, fermati nel maggio 2026 in acque internazionali mentre erano diretti a Gaza e trasferiti in Israele.


Bennett e Eisenkot, due alternative

Naftali Bennett, 54 anni, rappresenta una destra religiosa e favorevole agli insediamenti nella Cisgiordania occupata. Guida Beyachad, lista formata insieme al centrista Yair Lapid, e respinge l’ipotesi di uno Stato palestinese. Prima dell’ingresso alla Knesset, nel 2013, aveva lavorato come capo di gabinetto di Netanyahu e diretto il Consiglio di Yesha, organismo che riunisce le autorità locali degli insediamenti.

Il suo partito Yamina aveva conquistato sette seggi nelle precedenti elezioni, consentendogli di costruire una coalizione con forze di sinistra e arabe. Nel 2021 Bennett è stato primo ministro per un periodo limitato, nell’ambito di un’intesa per la rotazione dell’incarico con Lapid. Pur condividendo con Netanyahu una linea rigida verso i palestinesi, contesta la gestione della sicurezza adottata dal premier e la sua offensiva contro il sistema giudiziario.

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Gadi Eisenkot, 66 anni, è invece il volto principale dell’opposizione centrista. Ex capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane, è arrivato ai vertici militari dopo quattro decenni di carriera e oggi dirige Yashar, il partito con cui è entrato nella politica nazionale nel 2022.

Originario di una famiglia operaia composta da immigrati ebrei marocchini, Eisenkot ha perso in guerra il figlio Gal, morto a 25 anni nella Striscia di Gaza, e due nipoti. Per otto mesi ha partecipato come osservatore al gabinetto di guerra di Netanyahu, prima di lasciare l’incarico accusando il primo ministro di non avere una linea strategica definita.


Netanyahu cerca un altro mandato

Benjamin Netanyahu, 77 anni, resta la figura più influente del Likud e il primo ministro israeliano rimasto più a lungo alla guida del governo. Nel corso della sua carriera ha attraversato conflitti, crisi politiche, procedimenti giudiziari e l’attacco del 7 ottobre 2023, il più sanguinoso nella storia recente del Paese.

I suoi sostenitori gli riconoscono risultati sul piano della sicurezza e dell’economia, oltre ai rapporti stretti con Donald Trump, che lo ha sostenuto. Gli avversari, al contrario, lo ritengono responsabile delle lacune politiche e operative che precedettero l’attacco e criticano la conduzione dei conflitti successivi, dall’Iran al Libano fino allo Yemen.

Nel 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Netanyahu per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Il premier nega le accuse. A suo carico resta inoltre un procedimento per frode, abuso d’ufficio e accettazione di tangenti, contestazioni che respinge.

Le elezioni parlamentari sono fissate per il 27 ottobre in Israele. I sondaggi indicano che né il blocco di Netanyahu né quello guidato da Eisenkot dovrebbe arrivare ai 61 seggi necessari per controllare la Knesset: la formazione del prossimo governo passerà quindi con ogni probabilità da nuovi accordi tra partiti.

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