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Attualità 3 min di lettura3 ore fa

Spreco alimentare, 10,3 miliardi recuperati: il conto della solidarietà

La ricerca sull’ultimo decennio della legge Gadda misura donazioni e criticità di una rete ancora dipendente da logistica, volontariato e strutture locali.

Dietro il valore dei beni donati c’è una domanda decisiva: chi dispone di mezzi, spazi e persone per trasferire le eccedenze dalle imprese a chi ne ha bisogno? In dieci anni, il sistema italiano ha mosso risorse per circa 10,3 miliardi di euro, ma la sua tenuta dipende ancora dalla capacità organizzativa degli enti che raccolgono e distribuiscono.


Il bilancio resta incompleto

I primi dati della ricerca realizzata da Fondazione Terzjus e Fondazione Valore saranno presentati il 6 ottobre nella Sala della Regina di Montecitorio. Tra il 2016 e il 2025, industria e distribuzione hanno destinato alla donazione 3,7 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari, per una stima economica pari a 9,9 miliardi di euro. Se si aggiungono i farmaci, il totale sale a circa 10,3 miliardi.

La fotografia, tuttavia, non comprende ancora tutti i settori interessati. Mancano infatti agricoltura, pesca, pubblici esercizi e somministrazione, oltre a ulteriori categorie di beni recuperati. Per questo il risultato va considerato una prima quantificazione delle donazioni nel decennio della legge 166 del 2016, senza attribuire automaticamente alla norma l’intero valore rilevato.

La disciplina, conosciuta come legge Gadda, ha creato condizioni più favorevoli per destinare a fini solidaristici prodotti ancora utilizzabili. Il passaggio dalla disponibilità dell’azienda alla consegna finale richiede però una rete capace di programmare ritiri, conservazione e distribuzione anche quando quantità e tempi cambiano continuamente.


Una rete fatta di prossimità

L’indagine ha coinvolto 623 enti e gruppi informali. Nell’ultimo anno, l’80,3 per cento ha dichiarato di aver raccolto o ricevuto beni; considerando le 500 realtà operative, l’81,2 per cento ha riferito di ricevere donazioni dalle imprese. Si tratta di dati riferiti al campione esaminato, non di una rilevazione estesa all’intero Paese.

La redistribuzione non riguarda soltanto il cibo: due organizzazioni attive su tre gestiscono contemporaneamente due o tre tipologie di prodotti, compresi medicinali e altri beni di uso quotidiano. Detersivi, vestiti e materiale scolastico intercettano bisogni che spesso si manifestano nello stesso territorio e presso le medesime famiglie.

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A occuparsi di questa attività sono soprattutto strutture di dimensioni ridotte. Nel campione, il 51,6 per cento degli enti non ha lavoratori dipendenti, mentre il 19,6 per cento ne impiega da uno a cinque. Nel 72 per cento dei casi, la distribuzione avviene nel comune o nel quartiere: una dimensione ravvicinata che facilita il contatto con i destinatari, ma espone maggiormente alla discontinuità del volontariato.


Il nodo è organizzare il recupero

Un capitolo specifico riguarda ristorazione e manifestazioni pubbliche. In oltre 850 convegni, incontri, congressi e grandi eventi sono stati recuperati più di 265.000 piatti pronti e oltre 14.000 chilogrammi tra pane e frutta. Per gli alimenti già preparati, la tempestività dei ritiri e il rispetto delle condizioni di conservazione diventano essenziali prima della conclusione del servizio.

Le richieste degli enti indicano alcune priorità. Il 71,7 per cento chiede maggiore conoscenza delle opportunità offerte dalla legge, mentre il 69,5 per cento sollecita misure di sostegno per le organizzazioni che distribuiscono i beni. Tra le altre necessità figurano incentivi per le imprese, depositi disponibili a livello locale e strumenti per favorire la donazione dei servizi di trasporto e gestione.

Il valore economico delle eccedenze, quindi, non coincide con il costo necessario per portarle a destinazione. La continuità del sistema dipenderà dalla possibilità di rafforzare chi riceve, immagazzina e consegna, così da rendere praticabile la partecipazione anche delle aziende più piccole.

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