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Attualità 4 min di lettura57 min fa

Casa, il paradosso italiano: il 5% nasconde chi non riesce a uscire di casa

Proprietà familiari e permanenza con i genitori riducono il peso apparente delle spese, ma affitti, salari e sovraffollamento raccontano una crisi molto più profonda.

La protezione pubblica per l’abitare in Italia resta molto più contenuta rispetto al resto dell’Unione europea: appena lo 0,04% del Pil viene destinato alle prestazioni sociali legate alla casa, contro lo 0,3% della media comunitaria, secondo il Country Report Italy 2026 della Commissione europea. A questo si aggiungono liste d’attesa lunghe e risorse insufficienti per sostenere chi non riesce a trovare un alloggio accessibile.

Il problema si intreccia con una condizione economica che rende difficile l’autonomia. Anche nel 2025, rileva l’Ocse, le retribuzioni reali italiane sono rimaste mediamente al di sotto dei livelli del 1990. Salari stagnanti, ingresso complicato nel lavoro e precarietà prolungano la dipendenza dei giovani dalle famiglie, trasformando l’abitazione dei genitori in una sorta di sostegno privato.


Il 5% non racconta tutto

La fotografia più citata sembra rassicurante: in Italia soltanto il 5% della popolazione vive in nuclei che spendono oltre il 40% del reddito disponibile per la casa, al netto degli aiuti pubblici. Nell’Unione europea la quota arriva al 7,7%, mentre tra il 20% più povero gli italiani si fermano al 20,6%, contro il 25,9% europeo.

Quel parametro, però, considera soprattutto chi dispone già di un’abitazione e valuta quanto essa incida sul bilancio familiare. Non misura con la stessa efficacia chi non riesce a lasciare la casa dei genitori, chi condivide spazi troppo piccoli o chi può contare soltanto su un immobile di famiglia. Grecia e Danimarca presentano percentuali molto più alte, rispettivamente 26,4% e 23,4%, ma il confronto non basta a descrivere l’accesso alla casa in Italia.


Affitti e redditi sotto pressione

La distanza emerge quando la popolazione viene distinta in base al titolo di occupazione. Per i proprietari senza mutuo, il peso eccessivo dei costi riguarda appena il 2,1%; tra gli inquilini che pagano un canone di mercato, invece, sale al 22,3%, oltre il 18,6% dell’Unione europea. In Spagna raggiunge il 26,8%, in Francia il 18,7% e in Germania il 13,2%.

Il Country Report 2026 della Commissione europea segnala inoltre che in Italia vive in affitto il 24,1% delle famiglie, contro il 31,6% della media Ue. Tra i nuclei esposti al rischio di povertà, cioè con un reddito inferiore al 60% di quello mediano, la percentuale arriva però al 63,7%. Per questi inquilini, Bruxelles definisce l’accessibilità della casa “un problema rilevante”.


Vivere stretti, uscire tardi

In media, chi paga un affitto in Italia destina a questa voce il 20,2% del proprio reddito; la quota sale al 31,1% tra le persone sotto la soglia di povertà. Nelle grandi città la pressione è ancora più marcata: il rapporto indica il 76% a Milano, il 65% a Roma e il 48% a Bologna. Un costo simile può impedire di trasferirsi anche quando in un’altra area ci sono maggiori opportunità di lavoro.

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La minore incidenza apparente della spesa non coincide con condizioni abitative migliori. Nel 2025 il sovraffollamento interessava il 24,3% degli italiani, contro il 16,8% dell’Ue e il 9,5% della Spagna; tra le persone a rischio povertà, il dato italiano saliva al 35,2%, rispetto al 29,8% europeo e al 17,9% spagnolo.


L’autonomia resta rinviata

Italiani e spagnoli lasciano mediamente la famiglia a 30,2 anni, mentre la media dell’Unione europea è di 26,3. In Germania l’uscita avviene intorno ai 24 anni e in Danimarca a 21,8. Un giovane di 25 anni che vive con i genitori può quindi risultare poco esposto ai costi abitativi semplicemente perché non ha la possibilità economica di procurarsi un alloggio indipendente.

Nel 2025, in 16 Paesi dell’Unione, la quota di giovani tra 15 e 29 anni gravati dai costi della casa superava quella calcolata sull’intera popolazione. L’Italia non rientrava in questo gruppo, così come altri Paesi dove l’uscita dalla famiglia avviene più tardi: secondo Eurostat e Eurofound, il rinvio dell’autonomia può attenuare artificialmente l’indicatore.


Due crisi abitative diverse

Nelle città europee sono poche le abitazioni sostenibili per un giovane con uno stipendio medio. In Spagna e in alcune aree italiane, ma non soltanto lì, un bilocale ordinario può assorbire più dell’80% del salario mediano giovanile. La difficoltà italiana non coincide però con quella di Madrid: in Spagna i prezzi delle case sono aumentati dell’80% in dieci anni, mentre in Italia la crescita è stata del 16%.

Il quadro nazionale nasce dall’intreccio tra proprietà ereditate o messe a disposizione dai genitori, redditi insufficienti e mercato degli affitti oneroso. Il 5% rilevato da Eurostat è dunque un dato corretto, ma parziale: descrive il peso della casa per chi già la occupa e lascia in ombra chi, per permettersela, deve restare fuori dal mercato.

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