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Attualità 2 min di lettura48 min fa

Social e libertà d’espressione: la battaglia che la sinistra evita

L’autore denuncia blocchi e cali di visibilità sulle piattaforme, richiama le nuove norme europee e chiede ai progressisti un sostegno concreto agli utenti censurati.

Per l’autore, la libertà di espressione sui social è diventata una questione politica decisiva, ma continua a ricevere scarsa attenzione dai partiti progressisti e dagli intellettuali a loro vicini. Il problema, sostiene, riguarda soprattutto le pagine impegnate su temi pacifisti, antirazzisti e antifascisti, che rischierebbero di perdere pubblico e capacità di mobilitazione.

La sua denuncia parte anche da un’esperienza personale. Dopo aver criticato il trasferimento di bambini stranieri da alcune classi scolastiche, un video pubblicato su TikTok è stato rimosso; su Facebook, invece, il contenuto è rimasto online, ma con una diffusione più limitata. L’autore contesta la decisione e chiede in quale modo quel filmato avrebbe violato le regole della piattaforma contro il razzismo.

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La censura riduce la voce dei pacifisti

Nel racconto, il calo della visibilità della sua pagina Facebook rappresenta l’esempio più evidente delle conseguenze subite. Prima dell’ottobre 2023, i contenuti raggiungevano 23 milioni di visualizzazioni ogni 28 giorni. Dopo le prese di posizione a favore delle parole di Papa Francesco e contro le violenze commesse da Hamas e dal governo israeliano, il dato sarebbe sceso sotto quota 200 mila nello stesso intervallo.

Oggi, riferisce l’autore, le visualizzazioni sono inferiori a un milione ogni 28 giorni. A suo avviso, una dinamica simile avrebbe coinvolto anche numerose pagine di pacifisti cattolici, un fenomeno che era stato segnalato anche da Avvenire. La conseguenza politica, sostiene, è la perdita di forza per le campagne contro la guerra, il razzismo e le altre battaglie civili.

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Le nuove regole aprono una via legale

Il testo richiama l’adeguamento dell’Italia alle norme europee del 2024, indicate con i riferimenti Freedom Act ed EMFA. Secondo l’autore, queste disposizioni impongono alle piattaforme di tutelare la libertà di espressione degli utenti. Chi ritiene di essere stato colpito ingiustamente potrebbe rivolgersi all’AGCOM, chiamata a valutare l’eventuale violazione del diritto alla libera manifestazione del pensiero.

Dopo il passaggio davanti all’autorità, aggiunge, resterebbe la possibilità di agire in giudizio contro la piattaforma, invocando le garanzie previste dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Costituzione italiana. L’obiettivo indicato è creare sportelli di assistenza e coordinare molte persone danneggiate dalla moderazione dei contenuti, anche sulla base di precedenti cause vinte in Italia e in Europa.

L’autore racconta di aver sottoposto questa proposta a parlamentari progressisti, ricevendo risposte rinviate nel tempo. Riassume quel confronto con la frase: «Sì, bravo Jacopo, ti telefono lunedì…». Da qui nasce la sua critica ai leader di quell’area politica: se le piattaforme possono ridurre drasticamente la circolazione delle idee, ignorare il tema significherebbe indebolire proprio le campagne democratiche e umanitarie che i progressisti dichiarano di voler sostenere.

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