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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Perché il consenso premia chi vuole comandare

Dalla politica americana all’evoluzione umana, il successo dei leader autoritari apre una domanda: cerchiamo davvero la forza o la protezione che promette?

La contrapposizione tra “maschi alfa” e “maschi beta” è entrata anche nel linguaggio della politica statunitense. Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato, ha descritto il repubblicano Mike Rogers come un “maschio beta” per la sua vicinanza a Donald Trump, indicato invece come il modello del leader dominante. Il paradosso è che questa lettura dei rapporti di potere viene impiegata anche da chi intende contestare il trumpismo.

Più che spiegare la natura umana, però, quella contrapposizione rischia di semplificarla. La storia della nostra specie suggerisce infatti che la cooperazione, il consenso e la capacità di frenare le ambizioni individuali siano state risorse decisive, non segni di debolezza.

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L’evoluzione non premia soltanto il comando

Se si vuole conservare la distinzione tra alfa e beta, i secondi non andrebbero associati automaticamente alla passività. Potrebbero rappresentare piuttosto le persone che rifiutano sia di imporsi sugli altri sia di accettare una subordinazione: individui orientati alla collaborazione, all’empatia e alla ricerca di accordi.

Per una parte consistente della sua storia, Homo sapiens ha abitato comunità di cacciatori-raccoglitori caratterizzate da una relativa uguaglianza. In quei gruppi, il controllo collettivo riduceva la possibilità che una singola persona accumulasse troppo potere. L’influenza derivava spesso dall’esperienza, dalla disponibilità a condividere e dalla capacità di raccogliere consenso, non soltanto dalla forza.


Agricoltura e nuove gerarchie sociali

L’avvento dell’agricoltura alterò quell’equilibrio. La vita sedentaria, la conservazione delle risorse e la crescente divisione tra gruppi sociali resero più durature le gerarchie e facilitarono la nascita di forme di autorità sostenute dalla coercizione.

In questo nuovo contesto potrebbero essere stati favoriti non solo gli individui capaci di comandare, ma anche quelli disposti a obbedire. Quando ribellarsi a un’autorità esponeva a sanzioni, all’espulsione o persino alla morte, la deferenza poteva aumentare le probabilità di sopravvivenza e, forse, di successo riproduttivo.

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Il consenso può diventare una trappola

Alcune caratteristiche psicologiche legate all’autoritarismo e alla propensione a sottomettersi presentano una componente ereditaria. Da qui nasce l’ipotesi di una coevoluzione tra cultura e patrimonio genetico: le trasformazioni delle strutture sociali potrebbero aver modificato, nel tempo, anche le pressioni selettive che agivano sulle popolazioni umane. Si tratta di una possibilità interpretativa, non di una conclusione definitiva.

Nelle democrazie odierne emerge così una contraddizione. Il consenso, che nelle comunità egualitarie poteva servire a contenere chi cercava di dominare, può oggi contribuire a legittimare leader che esaltano la forza personale. Scegliere una figura decisa, naturalmente, non equivale sempre a sottomettersi: possono pesare gli interessi degli elettori, le loro convinzioni e il giudizio sui programmi.


La promessa di protezione convince

Nei periodi segnati da insicurezza economica e tensioni sociali, tuttavia, affidarsi a una persona percepita come forte può diventare una scorciatoia mentale. Un leader di questo tipo offre risposte immediate a problemi complessi e promette di proteggere la comunità, rendendo più attraente una concentrazione del potere.

Il nodo, quindi, non riguarda soltanto l’ambizione di chi aspira a comandare. Conta anche la disponibilità collettiva a riconoscergli autorità. Quando gli oppositori adottano lo stesso vocabolario della dominanza, possono finire per rafforzare proprio il modello che intendono combattere.

La lezione non è affidare il governo ai più remissivi. È riconoscere il valore storico della cooperazione e della capacità di limitare il dominio individuale. La sfida democratica consiste nel creare istituzioni capaci di impedire che qualcuno possa esercitare il potere senza contrappesi, come un alfa incontrastato.

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