Nordio prepara l’addio: «Torno ai miei gatti» e l’allarme sulle piazze
Il ministro della Giustizia esclude una nuova stagione politica, difende le sue parole sui minori e richiama l’attenzione sui segnali di radicalizzazione giovanile.
Carlo Nordio guarda già al momento in cui lascerà il ministero della Giustizia. Alla soglia degli ottant’anni, l’ex magistrato dice di voler abbandonare la politica e tornare alla famiglia, alle letture, al nuoto e ai suoi gatti: «Credo di aver dato abbastanza e di aver raggiunto un record di longevità. Ripetermi sarebbe stucchevole». Il ministro ha anche ringraziato Giorgia Meloni per l’incarico ricevuto, spiegando però di sentire il bisogno di rallentare.
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Il dopo Nordio parte dalle carceri
Prima di congedarsi, Nordio rivendica alcuni interventi già avviati sul sistema penitenziario. Gli interventi straordinari negli istituti per adulti hanno prodotto circa 600 posti aggiuntivi; a novembre, inoltre, dovrebbero iniziare i lavori per altri moduli: 250 posti a Livorno, 200 nell’area compresa tra Vibo Valentia e Reggio Calabria, 200 tra Alba e Alessandria e 400 a San Vito al Tagliamento.
Sul fronte minorile, il ministro cita la realizzazione dei nuovi istituti penali per minorenni di Rovigo, Lecce e L’Aquila. Nel piano rientrano anche l’arrivo di funzionari pedagogici e agenti, il potenziamento degli organici della magistratura minorile e un programma di giustizia inclusiva finanziato con 280 milioni di euro, realizzato insieme a circa dieci enti, tra cui la Comunità di Sant’Egidio.
Giovani, la risposta non è soltanto il carcere
Nordio respinge l’idea che la detenzione rappresenti la soluzione generale al disagio dei ragazzi. A suo giudizio, la risposta dovrebbe coinvolgere più livelli: la famiglia sul piano educativo, la scuola per la formazione civica, mentre parrocchie e associazioni possono offrire spazi di incontro e socialità.
Il ministro ricorda anche l’esperienza maturata a San Patrignano, dove ha visto giovani e minorenni con problemi di tossicodipendenza intraprendere percorsi di recupero. Per contrastare l’emigrazione dei ragazzi, invece, attribuisce un peso rilevante alla burocrazia, ai ricorsi e al carico di tasse e oneri che riduce gli stipendi. Da qui la proposta di un confronto con l’opposizione per individuare interventi sostenibili.
La linea sui minori arrestati
Dopo gli episodi di guerriglia avvenuti a Milano il 17 e 18 ottobre, Nordio nega di aver sollecitato un aumento degli arresti tra i minorenni. Sostiene che le sue parole siano state lette fuori contesto e precisa che i tre ragazzi finiti in carcere non sono stati mandati lì dal ministero: la decisione è stata presa dalla magistratura, che li ha ritenuti socialmente pericolosi.
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Il problema, secondo il ministro, riguarda soprattutto la limitata disponibilità degli istituti minorili. Tre ingressi concentrati nella stessa giornata possono mettere sotto pressione strutture già vicine alla capienza massima; se il numero degli arresti dovesse crescere, la gestione diventerebbe ancora più complessa. Nordio afferma di non essere a conoscenza di comunità che abbiano rifiutato nuovi ospiti per mancanza di posti, ma assicura che esaminerebbe con attenzione eventuali provvedimenti fondati su questa motivazione.
L’allarme nato nelle piazze
Il ministro non esclude che dietro alcuni episodi possa esserci soltanto criminalità organizzata, ma racconta di aver riconosciuto segnali che gli ricordano gli anni dei processi contro il terrorismo rosso. A preoccuparlo è il tentativo di gruppi fortemente radicalizzati di intercettare il malessere giovanile e trasformarlo in uno strumento di mobilitazione.
Il riferimento storico sono le Brigate Rosse: Nordio sostiene che anche quella vicenda si sviluppò sfruttando proteste operaie e giovanili, coinvolgendo solo una parte dei partecipanti. «Bisogna essere sempre vigili», osserva, sottolineando la necessità di distinguere tra dissenso, devianza e possibili percorsi di radicalizzazione.
Prevenzione e misure alternative
Quanto all’ordine pubblico, Nordio difende una strategia fondata innanzitutto sulla prevenzione. Il fermo preventivo, chiarisce, non equivale alla carcerazione ma costituisce una forma di controllo; in situazioni considerate particolarmente gravi, tuttavia, può rendersi necessario ricorrere a misure coercitive come ultima possibilità.
Il piano per rafforzare le alternative alla detenzione, assicura, non sarebbe un annuncio privo di seguito. Il ministro sostiene che il programma sia già in corso e che l’obiettivo sia costruire una risposta graduale, capace di affiancare sicurezza, percorsi educativi e reinserimento.
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