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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Tigray, il fronte si allarga: l’Etiopia rischia una nuova escalation

L’avanzata eritrea e la nuova alleanza armata riaccendono le tensioni, mentre Washington chiede a Etiopia ed Eritrea di evitare un conflitto più ampio.

La popolazione del Tigray torna a pagare il prezzo più pesante della crisi: i combattimenti fanno crescere il numero delle vittime mentre siccità e raccolti falliti aggravano una situazione umanitaria già drammatica. Il rischio non riguarda più soltanto la regione, perché l’ingresso dell’Eritrea e il coinvolgimento di nuovi gruppi fanno temere un’estensione dello scontro.

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La crisi umanitaria torna al centro

A fronteggiarsi non sono soltanto forze armate organizzate: il conflitto coinvolge una popolazione provata sul piano fisico e psicologico da anni di guerra. Le perdite riguardano sia i militari sia i civili, ma il testo non fornisce un bilancio complessivo aggiornato.

Un eventuale cessate il fuoco potrebbe fermare temporaneamente le operazioni, senza però affrontare le ragioni profonde della violenza. Nel Tigray, infatti, alla pressione militare si sommano le difficoltà legate alla siccità e alla crisi agricola, che rendono ancora più fragile la tenuta sociale della regione.


Washington teme l’effetto domino

Il 18 ottobre il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato Etiopia ed Eritrea a ridurre le tensioni. Ha inoltre ricordato ai Paesi del Corno d’Africa la necessità di rispettare la sovranità e i confini dei vicini, mettendo in guardia contro le incursioni oltre frontiera.

Rubio ha sottolineato che la regione non dispone dello spazio politico per affrontare un altro conflitto. L’Alleanza per la Sopravvivenza ha reagito sostenendo che le proprie azioni non puntano alla secessione o alla disgregazione dell’Etiopia, ma rappresentano una risposta difensiva al mancato ricorso, da parte del governo, a soluzioni negoziali, comprese quelle previste dall’Accordo di Pretoria del novembre 2022.


Eritrea e TPLF dentro il nuovo fronte

Il quadro attuale presenta elementi diversi rispetto alla guerra combattuta tra il 2020 e il 2022. Non tutti i tigrini sostengono il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, che tuttavia non è rimasto isolato: il TPLF ha costruito l’Alleanza per la Sopravvivenza con altri sei movimenti etiopi.

Un passaggio decisivo risale al 7 ottobre, quando forze eritree avrebbero superato il confine a Zelambesa, dirigendosi verso l’asse Adigrat-Idaga Hamus. Le Forze di Difesa del Tigray risultano fortemente presenti nel distretto di Atsbi, mentre i dirigenti del TPLF si sarebbero spostati nelle zone rurali del distretto di Ahferom, nel Tigray centrale.

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Secondo le ipotesi riportate nel testo, Asmara potrebbe sostenere la nuova alleanza con l’obiettivo di indebolire il governo etiope e creare una fascia di sicurezza tra i due Paesi. Alla base ci sarebbe anche l’opposizione eritrea al progetto di Addis Abeba di ottenere un accesso al Mar Rosso attraverso il porto di Assab.


Le forze in campo non bastano

Il maresciallo di campo Birhanu Jula, capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Nazionale Etiopi, ha accusato l’Eritrea di aver raccolto risorse finanziarie a favore del TPLF. Ha inoltre indicato possibili sostegni da parte di Sudan ed Egitto, evocando un ruolo di attori esterni nella crisi.

Sul piano numerico, l’esercito governativo appare superiore: le Forze di Difesa Nazionale Etiopi disporrebbero di circa 500.000 militari e di 368.000 riservisti, oltre a sistemi d’arma pesanti e droni di diversa provenienza, tra cui Bayraktar TB2 e Akinci. Il TPLF, da solo, potrebbe contare invece su 250-270mila uomini.


Senza accordo politico resta l’instabilità

La forza militare, però, non risolve il problema istituzionale che attraversa l’Etiopia. Una tregua breve può congelare gli scontri, ma non elimina le fratture tra il potere federale e le regioni né le dispute sulla distribuzione delle risorse e dell’autorità.

Per una stabilità duratura servirebbe un negoziato capace di coinvolgere le diverse componenti della società etiopica. Al centro dovrebbero esserci una ripartizione più equa del potere politico ed economico, il riconoscimento delle autonomie regionali, la protezione delle minoranze e il rispetto dello stato di diritto. Senza un intervento sulle divisioni costituzionali, il Paese rischia di rimanere intrappolato in una sequenza di crisi e nuove escalation.

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