Sessantotto e proteste di oggi: la vera variabile è l’intelligenza artificiale
Il confronto tra le rivolte giovanili di ieri e quelle attuali non basta più: tra Stato, cittadini e tecnologia è cambiata l’intera equazione democratica.
Il paragone tra il Sessantotto e le mobilitazioni studentesche contemporanee può essere utile, ma rischia di diventare fuorviante se presume che la Storia proceda per repliche. Oggi, infatti, tra istituzioni e cittadini si è inserito un elemento inedito: l’intelligenza artificiale. La sua presenza modifica il modo in cui circolano le notizie, si costruisce il consenso e si percepisce la realtà.
Basta imbattersi in un video per chiedersi se ciò che mostra sia autentico. L’incertezza non riguarda più soltanto la politica o l’economia: entra nelle relazioni personali, alimentate da piattaforme capaci di proporre identità e compagni ideali spesso costruiti artificialmente. In un ambiente dominato dalla comunicazione continua, distinguere il vero dal falso è diventato sempre più difficile.
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La protesta vive in un tempo instabile
La rapidità con cui l’intelligenza artificiale apprende e cambia gli scenari ha reso fragile l’idea stessa di presente. Ogni situazione sembra destinata a essere superata nel giro di pochi istanti, mentre il futuro irrompe continuamente nella vita quotidiana senza lasciare il tempo di prepararsi. Per un adolescente, crescere dentro questa trasformazione significa affrontare un’incertezza difficile da spiegare a chi non la vive direttamente.
Nel 1968 i giovani contestavano una scuola autoritaria e chiedevano più democrazia, libertà, creatività e pace. Le mobilitazioni di oggi partono da esigenze in parte diverse: vogliono un sistema educativo capace di funzionare, chiedono che la cultura non venga sacrificata e pretendono di essere considerati nelle decisioni pubbliche, perché saranno loro a vivere le conseguenze del presente.
Le loro richieste non sono prive di fondamento. L’ingresso nell’età adulta non offre più percorsi facilmente prevedibili e molte professioni potrebbero essere trasformate, o in parte sostituite, dai sistemi automatizzati e dai robot. Il problema è che, mentre il cambiamento accelera, le risposte politiche restano spesso ancorate a emergenze immediate.
Governi prigionieri dell’emergenza
La sovrapposizione tra ciò che accade ora e ciò che arriverà domani rende più difficile programmare. Un esecutivo può decidere di rafforzare la difesa perché l’Europa non dispone di un esercito comune e deve colmare le proprie lacune militari; molto più complesso è progettare oggi l’istruzione necessaria per una generazione che lavorerà in condizioni ancora sconosciute.
Anche le tecnologie belliche diventano rapidamente obsolete, ma possono essere introdotte negli apparati militari con maggiore immediatezza rispetto a una riforma della scuola. Le armi vengono impiegate nel presente e sostituite quando cambiano gli strumenti; l’educazione, invece, richiede scelte lunghe, investimenti costanti e una visione che superi la prossima scadenza politica.
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La difesa è così diventata una risposta privilegiata di una classe dirigente che fatica a governare il rapporto tra istituzioni, popolazione e intelligenza artificiale. Alle proteste interne viene spesso associato il tema della minaccia, mentre la tecnologia viene presentata come un mezzo per proteggere l’ordine esistente. In questa prospettiva, però, la sicurezza non sembra comprendere davvero i giovani né le loro paure.
Scuola e cultura sono il vero campo
Il rischio è che lo Stato si restringa fino a rappresentare soprattutto chi possiede ricchezza, potere o strumenti culturali già acquisiti. La cultura, che in passato consentiva di sviluppare spirito critico e immaginazione, appare sempre più fragile; allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale rende meno esclusivo l’accesso a molte informazioni, senza però garantire la capacità di valutarle.
I ragazzi percepiscono questa contraddizione e temono di arrivare all’età adulta senza una preparazione adeguata. Non chiedono di fermare l’innovazione: ogni grande trasformazione tecnologica, nel corso della storia, è stata infine assorbita dalla società. Chiedono però che l’adattamento non avvenga attraverso lo smantellamento della scuola e la rinuncia alla cultura.
La sfida, dunque, non consiste nel ripetere il Sessantotto, ma nel trovare forme nuove di partecipazione. Le mobilitazioni dovranno fare pressione su istituzioni indebolite e coinvolgere una parte più ampia della popolazione, così da riequilibrare il rapporto tra cittadini, Stato e intelligenza artificiale.
Forse il passaggio decisivo sarà ripensare non solo le politiche educative, ma anche la struttura dello Stato e il significato concreto della democrazia. La domanda lasciata dalle proteste contemporanee è proprio questa: come si può governare un futuro che arriva prima ancora di essere immaginato?
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