Semi perduti e debiti: il grido dell’agricoltura indiana
Pankaj Tiwari porta a Roma un lavoro teatrale sulle conseguenze della svolta neoliberista in India e sulla possibilità di ricostruire un legame con la terra.
Sette grandi contenitori di terracotta accolgono le voci di contadini indiani ed europei, mentre un ottavo prende forma davanti agli spettatori. È il cuore di The Harvest of Broken Promises, lavoro di Pankaj Tiwari presentato oggi e domani al Mattatoio di Roma, in prima nazionale, nell’ambito della quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival e con la collaborazione di Flanders State of the Arts.
L’artista, performer e regista indiano trasforma l’argilla in un archivio di memorie, testimonianze e conoscenze minacciate dalla trasformazione dell’agricoltura. Il progetto, concepito più di dieci anni fa e sviluppato negli ultimi due attraverso una ricerca tra India ed Europa, non si limita a raccontare una crisi nazionale: mette in discussione un modello economico che ha reso globale la dipendenza dai grandi gruppi agroalimentari.
L’argilla conserva una memoria spezzata
I sette vasi, chiamati Dehri, appartenevano alla vita quotidiana delle famiglie indiane fino agli anni Novanta. Servivano a proteggere i semi da una stagione agricola alla successiva; oggi diventano elementi scenici sui quali Tiwari fa emergere volti e racconti raccolti durante le interviste sul campo.
L’artista realizza inoltre un nuovo recipiente in diretta, seguendo una tecnica appresa dalla madre. Le superfici d’argilla accolgono poi immagini e voci attraverso la proiezione video, creando un dialogo tra il gesto manuale, la memoria familiare e le testimonianze dei coltivatori. La composizione musicale di Nazanin Yalda accompagna questo passaggio con un intreccio tra suoni elettronici e vibrazioni tradizionali del sitar.
Tiwari è nato nel 1991, proprio nel periodo in cui l’India avviava la propria apertura neoliberista. La sua famiglia viveva di agricoltura in una zona vicina al confine con il Nepal, un territorio talmente produttivo da alimentare l’immagine di una terra capace di far germogliare perfino un sasso. Con l’ingresso dei semi geneticamente modificati e dei fertilizzanti chimici, sostiene l’artista, il vecchio ciclo basato su coltivazione, consumo e conservazione dei semi si è interrotto, lasciando molti agricoltori esposti a una forte dipendenza economica.
Dalla riforma economica alla tragedia sociale
Negli anni Novanta la liberalizzazione ha favorito l’arrivo delle multinazionali dell’agroalimentare e la diffusione su larga scala di nuove sementi. Il cambiamento ha inciso sull’equilibrio naturale e sulle comunità rurali: in pochi decenni sono scomparse decine di varietà locali di riso e lenticchie, mentre il terreno ha perso parte della sua fertilità.
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Il costo umano è stato drammatico. Secondo il National Crime Records Bureau, tra il 1995 e il 2015 quasi quattrocentomila agricoltori e lavoratori agricoli indiani si sono tolti la vita, schiacciati dai debiti e dall’impossibilità di lasciare riposare i campi.
La crisi ha colpito anche un patrimonio immateriale fatto di pratiche, racconti e rituali. Nelle comunità rurali l’agricoltura non coincideva soltanto con la produzione di cibo, ma rappresentava una relazione quotidiana con fiumi, alberi, animali e stagioni. «La resistenza è il rifugio che impedisce alla distruzione di avere l’ultima parola», afferma Tiwari, rifiutando una lettura nostalgica del passato.
Una battaglia che supera l’India
Nel mondo descritto dallo spettacolo, gli anziani sapevano interpretare il canto degli uccelli per prevedere la pioggia e seguivano un calendario rituale dedicato anche alla venerazione di corvi, cani e alberi sacri. Per Tiwari, queste pratiche esprimevano una sintonia profonda con l’ambiente, anche se oggi vengono spesso considerate prive di valore scientifico.
Il lavoro allarga però lo sguardo al continente europeo. Le testimonianze raccolte tra gli agricoltori mostrano difficoltà simili e riportano al centro il ruolo delle stesse grandi aziende, presenti nei mercati delle sementi e dell’agroalimentare su entrambe le sponde. «Non volevo fare uno spettacolo solo sull’India, ma mostrare come questo sistema di dipendenza sia globale», spiega il regista.
Il finale non cerca una consolazione facile. La possibilità di cambiare, secondo Tiwari, passa dalla memoria delle colture scomparse e dalla riappropriazione dei semi, da conservare, incrociare e ripiantare. «Non si tratta di “tornare indietro” nel tempo, ma di reclamare la nostra relazione con la terra», conclude l’artista: il futuro, nella sua visione, può nascere proprio da ciò che è stato salvato e fatto nuovamente germogliare.
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