Milano, la passerella si ferma: le storie di chi ha pagato la libertà
Alla Settimana della moda di Milano, donne iraniane, afghane, israeliane e yazide hanno raccontato persecuzioni, prigionia e diritti negati.
Un occhio colpito durante una protesta, l’infanzia cancellata dalla prigionia, la scuola vietata e persino il diritto di mostrarsi in pubblico trasformato in una colpa. Sono queste alcune delle storie portate a Milano da donne perseguitate da regimi e organizzazioni terroristiche, in una giornata in cui la moda è rimasta sullo sfondo per lasciare spazio alla libertà negata.
Quando esistere diventa una conquista
Elaheh Tavakolyan, ferita durante le manifestazioni del movimento Donna, Vita, Libertà, ha raccontato di aver perso un occhio senza rinnegare la scelta di essere scesa in strada. Davanti al pubblico ha alzato il pugno e ha domandato: «Vedete una terrorista?». Prima della protesta, sua figlia le aveva chiesto perché volesse correre quel rischio. La risposta era legata al futuro delle nuove generazioni: impedire che vivessero nella stessa repressione e nello stesso silenzio.
Tavakolyan ha poi mostrato l’immagine di Ali Zari, anche lui colpito a un occhio durante le manifestazioni. Dopo le cure ricevute in Germania, l’uomo è rientrato in Iran, dove è stato arrestato e ora rischia la pena capitale. La donna ha rivolto un appello alle istituzioni internazionali e alle associazioni per i diritti umani, ricordando che, mentre le proteste spariscono dalle notizie, nelle carceri restano persone in attesa di una sentenza.
Donne private di scuola e futuro
Farnoush Hamidian, modella e attrice iraniana, ha descritto la libertà attraverso gesti quotidiani: respirare, camminare, scegliere come vestirsi, controllare i propri capelli e uscire senza temere un arresto. Nel suo Paese ha iniziato a lavorare a sedici anni, ma quella professione l’ha costretta a operare clandestinamente perché considerata illegale.
Dall’Afghanistan, Husna Jalal ha parlato invece delle restrizioni imposte dai Talebani. Dopo la sesta classe, alle ragazze viene impedito di proseguire gli studi, mentre alle donne è precluso l’accesso a numerosi spazi della vita pubblica e lavorativa. Rivolgendosi all’Europa, Jalal ha ricordato la domanda di un’amica olandese: dove possono rifugiarsi le donne fuggite dall’estremismo se le stesse idee arrivano anche nei Paesi d’accoglienza? La sua risposta è stata amara: «Penso che sia già qui».
Dalle gabbie alla richiesta di umanità
Ela Elyakim aveva otto anni quando, il 7 ottobre 2023, uomini di Hamas entrarono nella casa del padre nella comunità agricola di Nahal Oz. La bambina fu trascinata a Gaza insieme alla sorella Dafna, mentre il padre, la compagna Dikla e Tomer, figlio di lei, venivano uccisi. Le due sorelle rimasero prigioniere per 51 giorni, spostate tra abitazioni e tunnel; Ela ha ricordato soprattutto uno spazio simile a una gabbia per cani, appena più grande.
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Anche Aviva Siegel, rapita nello stesso giorno e trattenuta da Hamas, ha riferito delle condizioni della prigionia: fame, paura e controllo assoluto su movimenti, cibo e tempo. La sopravvivenza degli ostaggi, in quel contesto, si misura in elementi minimi: una porta, dei passi, una ferita o il respiro della persona accanto.
Fawzia Amin Sido aveva dieci anni quando lo Stato islamico la rapì a Sinjar, nel 2014. Fu venduta, trasferita più volte e sottoposta a violenze durante anni di prigionia, fino a essere portata anche a Gaza. Al termine del suo racconto ha respinto l’idea di essere ascoltata soltanto per suscitare pietà: «Non sono qui per chiedervi compassione. Chiedo umanità».
Un incontro oltre la moda
Le testimonianze sono state raccolte il 25 settembre al Centro Congressi Assolombarda di Milano, durante l’incontro “Donne: la libertà è sempre di moda”. L’appuntamento è stato promosso dal Milton Friedman Institute, diretto da Dario Peirone e Alessandro Bertoldi, insieme all’Associazione Italia–Iran per la Democrazia e la Libertà della Nazione Iraniana.
Tra le partecipanti iraniane figuravano anche Parvaneh Hassibi, medico, Melika Kiyan, anestesista dell’Associazione Italia–Iran, Mona Jafarian, attivista e saggista franco-iraniana, ed Eli Borhan, attivista e vittima di violenza in Iran. Storie diverse, riunite nello stesso spazio: la repressione iraniana, l’esclusione delle donne afghane, i rapimenti del 7 ottobre e la persecuzione delle yazide hanno mostrato quanto il diritto alla libertà possa essere fragile.
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