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Attualità 5 min di lettura28 set

Scilla e il rischio invisibile: la Biennale cerca nuove forme d’acqua

Tra mare, montagne e città sommerse, la terza Biennale dello Stretto osserva come i territori cambiano e quanto le infrastrutture possano amplificarne la fragilità.

A Scilla la bellezza non è mai separata dal rischio. Il mare che illumina la costa, l’Aspromonte che sale alle spalle del paese e la vicinanza della Sicilia compongono un paesaggio straordinario, ma anche un territorio esposto a fenomeni estremi e difficoltà amministrative molto diverse tra loro.

La terza Biennale dello Stretto, inaugurata nel 2026 e dedicata alle “Mutazioni”, parte proprio da questa tensione. A renderla evidente è una conversazione con Domenico Scarano, assessore al turismo di Scilla, durante le giornate di apertura: il panorama non viene raccontato soltanto come una meraviglia, ma come un sistema complesso da proteggere.


Scilla mostra il lato fragile della bellezza

Il 10 e l’11 gennaio scorso una forte mareggiata ha colpito Scilla e Chianalea, arrivando fino al lungomare e danneggiando infrastrutture e attività. A distanza di pochi giorni, il ciclone Harry ha interessato un’area più ampia tra le coste calabresi e siciliane. Sono stati episodi differenti, ma entrambi riportano al centro lo stesso interrogativo: come si governa un luogo quando la sua principale ricchezza coincide con la sua vulnerabilità?

Il territorio comunale non si esaurisce nel borgo marinaro o nella spiaggia affacciata sullo Stretto. Con meno di cinquemila abitanti, Scilla comprende Favazzina, si allunga verso Melia e Solano Superiore e raggiunge le pendici dell’Aspromonte. In uno spazio ristretto cambiano quota, condizioni climatiche, paesaggi e priorità: occorre intervenire sulla costa, garantire i collegamenti con le aree interne e amministrare centri abitati esposti a problemi differenti.

La presenza turistica alimenta economia e occasioni di sviluppo, ma nello stesso tempo accresce il numero di persone, strutture e attività coinvolte quando arriva un evento avverso. Anche il mito contribuisce a rovesciare la prospettiva. Nell’Odissea Scilla era il pericolo annidato nella roccia; oggi, invece, sono la roccia, le abitazioni, le strade e il litorale a dover essere difesi.


L’acqua è la chiave delle mutazioni

È in questo scenario che la Biennale assume un significato più ampio di quello di una semplice esposizione. Ideata da Alfonso Femia, diretta dallo stesso Femia insieme ad Annalisa Metta e Salima Naji, utilizza le due sponde dello Stretto come un campo di osservazione sulle trasformazioni urbane e territoriali.

Il centro della rassegna è Forte Batteria Siacci, a Campo Calabro, sede della mostra internazionale di architettura, arte e fotografia visitabile fino al 13 dicembre. Il programma comprende anche incontri, laboratori, esplorazioni e giornate di approfondimento: dopo l’avvio del 18-22 settembre, gli appuntamenti toccheranno in ottobre Badolato e Reggio Calabria, in novembre Reggio e Messina, prima della conclusione prevista a dicembre sulle due rive.

Dall’edizione 2026 la manifestazione è sostenuta dalla Fondazione Le Città del Futuro, organizzazione non profit nata nel 2025 e presieduta da Femia, e realizzata da 500×100. Il nuovo assetto prosegue un percorso già avviato nelle precedenti edizioni, concentrato sui cambiamenti che investono città, coste e territori.

Tra le possibili letture della parola “mutazioni”, l’acqua diventa quella più significativa. È l’elemento che unisce le due sponde, ma anche una materia capace di modificarsi continuamente: può cambiare volume, temperatura, velocità, percorso e composizione; può restare in superficie oppure scorrere sotto terra, sparire nelle falde o nelle condutture. Talvolta si ritira per mesi, altre volte si concentra in poche ore.

La sua importanza, tuttavia, non è soltanto simbolica. La disponibilità dell’acqua e i sistemi realizzati per conservarla, distribuirla o contenerla hanno condizionato per secoli la nascita delle città, l’agricoltura, i commerci e la possibilità stessa di abitare determinati luoghi. Oggi quelle decisioni vengono messe alla prova dal cambiamento climatico, dalla crescita urbana e dall’instabilità degli equilibri territoriali.

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Il fiume nascosto che ritorna in città

Uno dei lavori esposti a Forte Batteria Siacci sposta lo sguardo molto lontano dallo Stretto, fino a Milano. Water Resilience. A Design Perspective of Hidden Flood Risks, firmato da Filippo Pagliani e Michele Versaci di Park Associati, studia il rapporto tra la città e una parte del suo sistema idrico ormai invisibile.

Il Seveso proviene da nord e, entrando nell’area urbana, viene progressivamente incanalato sotto terra. Il tratto sotterraneo deve quindi fare i conti con lo spazio disponibile: se da monte arriva una quantità d’acqua superiore alla capacità del sistema, il fiume torna a manifestarsi nelle strade. Per questo Milano può subire un allagamento anche quando sulla città non sta piovendo: è sufficiente che le precipitazioni siano state intense più a nord.

La ricerca descrive così una città composta da strati sovrapposti: corsi d’acqua interrati, superfici impermeabili, reti fognarie, linee della metropolitana, costruzioni e falde. Nella normalità questi elementi rimangono separati e quasi invisibili; durante una piena, invece, entrano in conflitto. Il pericolo non dipende soltanto dall’arrivo di un fenomeno naturale, ma anche dal modo in cui lo spazio urbano è stato organizzato e dalla quantità di terreno sottratta all’assorbimento dell’acqua.

Il clima modifica il territorio, ma le scelte con cui quel territorio è stato costruito determinano quanto gli effetti possano diventare distruttivi.


Quando la sicurezza diventa spazio pubblico

Per il bacino del Seveso una delle risposte consiste nelle vasche di laminazione, pensate per raccogliere temporaneamente l’acqua durante le piene e restituirla in seguito. Nel complesso, le opere distribuite lungo il bacino possono contenere circa 4,8 milioni di metri cubi; la vasca realizzata a Milano, nel Parco Nord, ha una capacità di 250 mila.

Il contributo di Park Associati non riguarda la progettazione della vasca né il suo funzionamento. Si tratta di un caso di studio dedicato alla fase successiva: quella in cui l’infrastruttura, pur essendo necessaria alla sicurezza idraulica, occupa una porzione di territorio che per gran parte dell’anno non viene utilizzata per l’emergenza.

La domanda proposta dalla ricerca riguarda quindi l’uso quotidiano di quello spazio. Se la vasca serve soltanto durante una piena, l’architettura può contribuire a renderla disponibile anche negli altri periodi? L’ipotesi illustrata alla Biennale consiste nell’affiancare alla funzione idraulica ulteriori attività, così da evitare che un’opera indispensabile resti separata dalla vita ordinaria della città.

Dalle coste di Scilla al corso sotterraneo del Seveso, l’acqua diventa così una lente per leggere la trasformazione dei paesaggi. Non è soltanto ciò che minaccia gli insediamenti o che divide le due sponde: è anche il materiale attraverso cui ripensare infrastrutture, spazi pubblici e forme dell’abitare.

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