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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Schlein sfida Conte, ma il Pd resta senza una rotta di governo

La segretaria rivendica il rilancio del partito e apre la competizione con il leader del Movimento 5 Stelle, ma lascia irrisolti alleanze e proposta politica.

Il problema principale per Elly Schlein non è più soltanto il tono della discussione interna al Pd, ma l’assenza di una risposta chiara alla domanda decisiva: quale progetto di governo vuole proporre il partito? Nella Direzione di ieri la segretaria ha mostrato maggiore fermezza, attaccando Giuseppe Conte e Giorgia Meloni, ma non ha sciolto i nodi sulla coalizione e sul rapporto con l’elettorato riformista.


La sfida a Conte è ormai aperta

Schlein ha scelto di trasformare le prossime primarie nel primo terreno di confronto diretto con Conte. Rivolta ai dirigenti e alla base del Pd, ha rivendicato una linea autonoma rispetto all’ex presidente del Consiglio, osservando che la disponibilità al dialogo non può tradursi in ingenuità: «Uno non vale uno, siamo generosi ma non ingenui».

Il messaggio era indirizzato soprattutto ai cosiddetti contiani del Pd: iscritti ed elettori che alle elezioni sostengono il partito, ma che in un’eventuale consultazione interna potrebbero preferire Conte. La competizione, finora rimasta sottotraccia, è così entrata apertamente nel dibattito politico. La segretaria ha anche difeso il lavoro svolto sotto la sua guida, citando il miglioramento dei conti, la ripresa dell’organizzazione e il ritorno a una struttura più efficiente.


Il nodo della proposta resta irrisolto

Quei risultati, tuttavia, riguardano soprattutto la vita interna del Pd. Fuori dal partito rimane da definire una piattaforma capace di andare oltre la contrapposizione al governo. La necessità di costruire un partito orientato anche a un progetto positivo, non soltanto alla contestazione, è stata sottolineata da Massimo Recalcati.

Ancora più incerto appare il futuro della coalizione. La tabella di marcia annunciata nei mesi scorsi non è stata presentata e un nuovo confronto potrebbe arrivare soltanto alla fine di ottobre. Anche la proposta di Giorgio Gori, favorevole a consentire una seconda candidatura democratica alle primarie con eventuale ballottaggio, non ha ricevuto spazio nella replica della segretaria.

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Ucraina e dissenso interno pesano

Sul tema dell’Ucraina Schlein ha mantenuto una posizione considerata intermedia: conferma del sostegno a Kyjiv e, nello stesso tempo, richiamo alla necessità di una nuova fase negoziale. È mancato invece un chiarimento più netto nei confronti di Conte e delle posizioni espresse da Goffredo Bettini sul Corriere della Sera, considerate vicine alle tesi del Cremlino. Quelle idee, però, conservano un seguito in una parte della base democratica e ignorarle non significa eliminarle dal confronto.

La segretaria ha rivolto un attacco più prevedibile a Giorgia Meloni, accusando il governo di aver fallito e chiedendo il ritorno alle urne. Il riferimento alle responsabilità dell’esecutivo è stato accompagnato da un elenco di dieci contestazioni, mentre il confronto interno al Pd è rimasto privo di un’apertura significativa.


I riformisti restano ai margini

In tribuna Andrea Orlando e Dario Franceschini hanno sostenuto la segretaria, con un’accoglienza particolarmente calorosa per quest’ultimo. Tuttavia, tra i dirigenti di peso non è emerso un entusiasmo pieno per la relazione; presente anche Bettini, che non è sembrato conquistato dall’impostazione scelta da Schlein.

I riformisti, rimasti fuori dal voto conclusivo, denunciano di essere stati esclusi dalle decisioni e appaiono sempre più come una componente tollerata ma isolata. Nel frattempo la prospettiva delle liste elettorali spinge il partito a serrare i ranghi. Schlein ha rafforzato la propria posizione interna, ma la capacità del suo Pd di trasformare la mobilitazione della sinistra populista in una credibile proposta di governo resta ancora da dimostrare.

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