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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Intelligenza artificiale, il confine che l’uomo non vuole cedere

La critica più recente all’IA non riguarda soltanto lavoro, potere e sicurezza: mette in discussione il valore umano delle attività che una macchina può svolgere meglio e più rapidamente.

Non tutto ciò che può essere affidato a una macchina merita di esserlo. È questa la premessa della nuova critica umanista all’intelligenza artificiale, una posizione ancora priva di un vero programma politico ma capace di riunire sensibilità molto diverse. Il punto non è respingere la tecnologia in blocco, bensì stabilire quali capacità continuare ad allenare e quali decisioni non consegnare agli strumenti automatici.


Il controllo resta il vero confine

La questione riguarda soprattutto le attività in cui il percorso conta quanto il risultato. Un medico, un insegnante o un avvocato possono ricorrere a un sistema automatico senza affidargli la valutazione conclusiva; allo stesso modo, una scuola può considerare essenziale imparare a costruire un’argomentazione anche quando un chatbot è in grado di formularne una convincente in pochi istanti.

Il problema si complica quando l’IA non si limita a eseguire istruzioni, ma suggerisce idee, strutture e soluzioni che l’utente non aveva immaginato. Secondo il filosofo Tiegue Vieira Rodrigues, l’autore può conservare la propria responsabilità anche senza aver scritto ogni frase, purché governi l’architettura dell’opera, scelga e controlli i materiali e risponda del risultato finale. Il suo modello della curatela appropriata prova così a definire una forma di autorialità assistita.


Imparare richiede ancora fatica

A scuola il confronto è particolarmente delicato. Lila Byock, alla guida di Schools Beyond Screens, osserva che questi strumenti vengono progettati per ridurre gli ostacoli e rendere più agevole lo svolgimento dei compiti, mentre proprio una parte della formazione nasce dall’impegno necessario per superarli. Jenny Trinitapoli, sociologa dell’Università di Chicago, sostiene una tesi analoga a proposito dei limiti introdotti in alcuni corsi: un seminario non serve soltanto a ottenere risposte esatte o crediti, ma anche a sviluppare abitudini di pensiero.

Emily Zohar, Paul Bloom e Michael Inzlicht hanno dato una forma più sistematica a questa idea in un contributo pubblicato a febbraio. I tre psicologi parlano di difficoltà utili: rallentamenti che possono aumentare apprendimento, competenza e motivazione. Automatizzare un’operazione ripetitiva può restituire tempo e concentrazione; usare sempre l’IA per evitare di ragionare, invece, rischia di eliminare l’esercizio attraverso cui quella stessa capacità si forma. Il tema riguarda bambini e studenti, ma anche ogni attività in cui il processo lascia una traccia diversa dal prodotto.


Anche la scrittura difende il percorso

Il valore dell’esperienza non si limita all’istruzione. Il romanziere Jeff VanderMeer ha spiegato che, anche davanti a un’intelligenza artificiale regolata in modo impeccabile e priva di costi ambientali, non avrebbe particolare interesse a leggere un romanzo generato da una macchina. Preferirebbe incontrare qualcosa che provenga da «una mente particolare».

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Questo non implica che ogni aiuto tecnologico faccia venir meno l’autore. La produzione culturale è spesso già il risultato di strumenti, collaborazioni e competenze condivise. Ciò che l’IA rende più difficile da individuare è il punto in cui si trovi il controllo, soprattutto quando il sistema non esegue soltanto ma orienta il contenuto e offre soluzioni originali.


Dalla paura del rischio alla vita umana

Per molto tempo le obiezioni all’intelligenza artificiale sono state ricondotte a due grandi correnti. La prima teme che sistemi sempre più potenti possano sottrarsi alla supervisione umana e trasformarsi in una minaccia esistenziale. La seconda interpreta l’IA come l’ennesimo progetto delle élite tecnologiche, destinato a rafforzare la concentrazione di ricchezza e influenza nelle mani di pochi.

A queste posizioni si aggiungono i timori per l’occupazione, il consumo di acqua ed energia dei centri di calcolo, il diritto d’autore e le conseguenze di errori o abusi. La prospettiva umanista introduce però una domanda ulteriore: che cosa accade quando il sistema funziona esattamente come previsto, ma ci sottrae un’attività che aveva valore proprio perché richiedeva attenzione, creatività o cura?


Una coalizione oltre gli schieramenti

Becca Rothfeld ha individuato questa sensibilità osservando il fuori scena della Pro-Human Assembly di Washington, appuntamento organizzato dal Future of Life Institute. L’iniziativa ha riunito Bernie Sanders e Steve Bannon nella denuncia del potere degli oligarchi tecnologici, insieme a esponenti favorevoli a nuove regole, sindacalisti allarmati per il lavoro e genitori convinti che i chatbot abbiano inciso sulle crisi vissute dai loro figli.

Il fronte comprende quindi posizioni economiche di sinistra, destra populista e critica religiosa della tecnologia. Lontano dal palco, il neuroscienziato Erik Hoel ha parlato della libertà dei propri figli e del rischio di separare il linguaggio dalla coscienza; un artista ha contestato l’impoverimento della produzione culturale; una giovane attivista ha raccontato di avere la sensazione di aver «perso cellule cerebrali» dopo aver iniziato a usare l’IA. Filosofi e religiosi, più che interrogarsi sul funzionamento dei modelli, si sono concentrati sugli effetti della delega tecnologica sulla vita interiore.

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