Sanzioni e semiconduttori: la nuova guerra passa dalle dipendenze
Matteo Maggiori spiega perché il commercio mondiale non è finito, ma sta cambiando natura tra alleanze, infrastrutture strategiche e nuove vulnerabilità
Le sanzioni finanziarie funzionano davvero solo quando possono contare su una rete internazionale condivisa. Per gli Stati Uniti, questo significa avere al proprio fianco i grandi centri finanziari europei e britannici; nel campo dei semiconduttori, invece, diventano decisivi anche i contributi tecnologici dell’Europa e della Corea.
La competizione economica globale si gioca così sul controllo delle dipendenze. Non è soltanto una questione di prezzi o di efficienza produttiva: un’infrastruttura, una tecnologia o una materia prima possono diventare una leva di pressione nelle mani di chi li controlla.
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Le alleanze pesano quanto il commercio
Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business e ricercatore allo Stanford Institute for Economic Policy Research, studia da anni il rapporto tra finanza internazionale e potere degli Stati. A Torino, dove partecipa al Festival Internazionale dell’Economia e tiene al Collegio Carlo Alberto la lezione Pareto dedicata alla geoeconomia, ha analizzato la trasformazione in corso.
Secondo il suo ragionamento, Washington non può affrontare Pechino facendo affidamento soltanto sulle proprie risorse. Per esercitare un’influenza concreta sui Paesi terzi servono alleati, tecnologie distribuite tra più nazioni e sistemi finanziari capaci di agire in modo coordinato. Per questo, un indebolimento dell’alleanza transatlantica renderebbe più difficile la competizione americana con la Cina.
La ricerca elaborata da Maggiori insieme a Christopher Clayton e Jesse Schreger descrive proprio questa tensione: due grandi potenze possono continuare a commerciare, mentre cercano nello stesso momento di impedire che l’altra diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo. Il guadagno derivante dagli scambi viene quindi confrontato con l’influenza che quegli stessi rapporti possono trasferire al rivale.
La globalizzazione non è scomparsa
«No. È un cambiamento molto più sottile», ha spiegato Maggiori parlando dell’idea di una definitiva deglobalizzazione. I dati, a suo avviso, non mostrano un arresto del commercio mondiale: dopo la forte crescita registrata prima del 2008, il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo globale si è soprattutto stabilizzato.
La trasformazione riguarda piuttosto la composizione degli scambi e il modo in cui vengono valutate le dipendenze. L’intelligenza artificiale, per esempio, sta sostenendo nuovi flussi commerciali perché la produzione dei suoi componenti e la realizzazione delle infrastrutture coinvolgono numerosi Paesi.
Per l’Europa, la spinta a rivedere queste relazioni non è arrivata soltanto dalla Cina. Anche gli Stati Uniti hanno mostrato quanto un Paese possa influenzare sistemi considerati per lungo tempo neutrali, come quelli dei pagamenti. Visa e Mastercard hanno un ruolo centrale negli acquisti al dettaglio europei, mentre Swift è una piattaforma essenziale per le transazioni internazionali.
Da qui nasce una domanda che fino a pochi anni fa appariva molto meno urgente: quanto è prudente affidarsi a infrastrutture che possono essere condizionate da un altro governo? Il dibattito sull’euro digitale e i tentativi di collegare più strettamente i sistemi europei per i pagamenti tra istituzioni con quelli di Brasile e India nascono anche da questa preoccupazione.
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Non tutto è davvero strategico
La difficoltà consiste nel distinguere le dipendenze pericolose da quelle semplicemente scomode. «La maggior parte delle industrie non è strategica», osserva Maggiori, mettendo in guardia dal rischio che ogni impresa in difficoltà invochi la sicurezza nazionale per ottenere protezione.
Un settore può meritare sostegno quando una chiusura provoca conseguenze rapide e concentrate su lavoratori con poche alternative. Questo, però, non implica necessariamente che lo Stato debba mantenere in vita proprio quell’azienda: possono essere più utili misure di assistenza e percorsi di riqualificazione.
La prima caratteristica di un comparto strategico è la concentrazione dell’offerta. Chi dipende da un fornitore che controlla il 95% del mercato si trova in una posizione molto più esposta rispetto a chi può contare su più alternative. Anche la difficoltà di ricostruire una capacità produttiva è decisiva: alcune tecnologie richiedono anni, competenze specialistiche e infrastrutture che non si ottengono semplicemente investendo denaro.
Il terzo elemento è l’effetto prodotto sul resto dell’economia. Un blocco dei sistemi di pagamento avrebbe conseguenze estese su quasi tutte le attività, mentre la sospensione delle forniture di molti beni avrebbe un impatto più limitato. La strategicità, dunque, non dovrebbe essere trattata come un’etichetta politica valida o invalida in assoluto, ma come una grandezza da valutare caso per caso.
Energia verde, la dipendenza cambia forma
Il tema si riflette anche su pannelli solari, turbine eoliche e batterie. Prima di scegliere se accettare i prodotti cinesi a prezzi inferiori o ricostruire una filiera europea più costosa, bisogna capire quale tipo di rischio comporti quella dipendenza.
La sospensione delle vendite di pannelli solari non avrebbe lo stesso effetto dell’interruzione delle forniture di petrolio. Gli impianti già installati continuerebbero infatti a produrre energia, mentre il petrolio viene consumato e lascia come margine soltanto le scorte disponibili.
Per ridurre la vulnerabilità non è quindi obbligatorio fabbricare tutto sul territorio nazionale. Le alternative comprendono riserve strategiche, una capacità installata più ampia e una maggiore varietà di fornitori. La sicurezza economica può essere costruita anche distribuendo i rischi, non soltanto replicando ogni fase produttiva in casa.
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