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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Salmone e proteine di pollo: il dettaglio che l’etichetta non mostra

Gli allevamenti cercano alternative alla farina di pesce, ma restano aperti interrogativi su trasparenza, salute degli animali e impatto ambientale.

La domanda non riguarda soltanto ciò che finisce nel piatto, ma anche il modo in cui viene allevato il pesce. Chi acquista salmone dovrebbe poter valutare dati confrontabili su emissioni, risorse marine, benessere degli animali e caratteristiche del prodotto, insieme a informazioni comprensibili sulla filiera dei mangimi.

Il tema rende visibile una parte della produzione alimentare che di solito resta nascosta. La dicitura “naturale”, da sola, non chiarisce infatti quali materie prime siano state utilizzate durante la crescita del salmone né quali conseguenze abbiano avuto sul suo allevamento.

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La fiducia passa dal mangime

Il salmone è diventato uno dei pesci più acquistati al mondo anche grazie alla sua praticità: ha poche lische, una polpa compatta, un colore riconoscibile e un gusto definito ma non particolarmente intenso. La forte richiesta ha spinto il settore a organizzarsi per garantire grandi volumi di prodotto.

Proprio il successo commerciale della specie ha aumentato la necessità di trovare ingredienti disponibili in quantità adeguate e a prezzi sostenibili. Per questo, accanto alla tradizionale farina ottenuta dal pescato selvatico, gli allevatori stanno valutando nuove fonti di proteine, compresi i derivati della lavorazione del pollame.

La composizione del mangime, tuttavia, normalmente non viene riportata sulle confezioni destinate ai consumatori. Un’indagine realizzata da Nofima nell’aprile 2026 su oltre mille persone in Inghilterra e Francia ha mostrato che pochi sanno già che circa il 70 per cento dell’alimentazione dei salmoni proviene da ingredienti vegetali.

Nella stessa ricerca, pesce, alghe e componenti vegetali hanno ricevuto valutazioni più positive. Il pollo è risultato invece l’ingrediente capace di suscitare maggiore diffidenza, soprattutto tra gli intervistati francesi. Il dato non dimostra che i derivati avicoli siano dannosi, ma segnala il possibile effetto del silenzio informativo sulla fiducia.


La svolta degli allevamenti norvegesi

Lerøy Seafood Group ha iniziato a inserire nei mangimi proteine provenienti da sottoprodotti avicoli nella primavera del 2025. Oggi, secondo quanto riferito dall’azienda, questi ingredienti vengono utilizzati in tutti i suoi allevamenti marini.

Non si tratta di carne di pollo somministrata direttamente agli animali. Gli scarti della lavorazione vengono sottoposti a trasformazioni e trattamenti specifici, così da ottenere proteine adatte alla formulazione dei mangimi. Nell’Unione europea l’uso di proteine animali trasformate ottenute dal pollame per alimentare i pesci è consentito nuovamente dal 2013, nel rispetto di precise regole di produzione e controllo.

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La scelta risponde anche alla disponibilità incerta della farina di pesce, condizionata dalle variazioni delle catture e dalla concorrenza di altri settori. Nel caso di Lerøy, la quota di materie prime marine nei mangimi è scesa dal 31 per cento del 2023 al 26 per cento del 2025.

Altri grandi produttori norvegesi stanno studiando iniziative analoghe. Per il settore, utilizzare parti del pollame che non entrano nell’alimentazione umana può significare recuperare materiali altrimenti destinati a un impiego meno valorizzato. Questo possibile vantaggio, però, deve essere misurato considerando lavorazione, trasporti e ingrediente sostituito.


Salute e ambiente restano da misurare

La legittimità della pratica non risolve automaticamente i dubbi sulla qualità nutrizionale, sul sapore o sulle ricadute ambientali. Bisogna inoltre chiedersi se destinare questi sottoprodotti ai pesci rappresenti davvero l’uso più efficace delle eccedenze disponibili.

Nofima sta analizzando proprio l’impiego degli scarti di pollo nell’alimentazione dei salmoni. Il progetto, previsto fino al 2027, esamina gli effetti di una somministrazione prolungata sulla crescita, sulla salute dell’intestino e sulle caratteristiche dei filetti.

Secondo l’istituto norvegese, la capacità delle proteine di essere digerite cambia in base alla materia prima e al trattamento termico ricevuto. L’innovazione, dunque, è ancora sottoposta a verifiche e non può essere considerata una soluzione definitivamente collaudata.

Il successo del salmone ha contribuito a rendere più complessa la sua filiera e a spingere gli allevatori verso alternative alla farina ricavata dal pescato. Allo stesso tempo, chi lo compra ha motivi concreti per chiedere maggiore chiarezza: conoscere gli ingredienti dei mangimi è un passaggio essenziale per valutare davvero il prodotto portato in tavola.

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