Rinnovabili, un no dopo 864 giorni: il caso dell’agrivoltaico annullato
La vicenda di un impianto da 87,3868 megawatt mostra ritardi, errori amministrativi e pareri contraddittori nella valutazione dei progetti energetici.
Il Mase, il ministero della Cultura, la Regione Lazio e il Comune di Tarquinia sono stati interpellati sulla vicenda, ma al momento hanno scelto di non rispondere. L’Avvocatura generale dello Stato ha invece fatto sapere che, per prassi interna, non rilascia dichiarazioni sugli incarichi affidati dalle amministrazioni, soprattutto quando riguardano procedimenti ancora aperti.
A un mese dalla sentenza che ha cancellato il decreto negativo, la pratica risulta ancora indicata come “conclusa” sul portale ministeriale. Nel sistema della giustizia amministrativa, inoltre, non compare un appello. Raffaello Giacchetti, presidente di Gis e imprenditore coinvolto nel progetto, prevede però un nuovo parere sfavorevole e riferisce di avere già sostenuto circa 50 mila euro di spese legali.
Un procedimento fermo tra errori e attese
Il caso riguarda un impianto agrivoltaico progettato a Pian d’Organo, nel territorio di Tarquinia. Sun Legacy 5 Srl aveva presentato la richiesta il 1° agosto 2023 per una struttura da 87,3868 megawatt di picco, distribuita su 80 ettari, con moduli fissati a terra mediante zavorre e senza opere di fondazione.
Il passaggio decisivo si è consumato sulla trasmissione di una richiesta di integrazioni. Il 5 marzo 2024 la Soprintendenza speciale per il Pnrr del ministero della Cultura aveva chiesto nuovi elementi, ma la comunicazione è rimasta negli uffici del Mase, senza essere pubblicata né inoltrata alla società. La nota è stata trasmessa soltanto il 23 aprile 2025, dopo 414 giorni, con la motivazione di un “mero errore materiale”.
Nel frattempo, il 20 marzo 2025, la Commissione tecnica Pnrr-Pniec aveva già espresso un giudizio contrario. Le integrazioni, arrivate alla società l’8 maggio, non hanno modificato l’esito: il 16 ottobre la commissione ha ribadito la valutazione negativa. Anche sul piano giudiziario sono emerse ricostruzioni divergenti: in una memoria depositata il 21 ottobre, l’Avvocatura dello Stato sosteneva che esistesse un parere favorevole, mentre il documento allegato riportava un contenuto opposto.
Il contenzioso riapre tutta la pratica
Il 29 ottobre la Soprintendenza ha motivato il proprio diniego sostenendo che, insieme a un altro impianto, il progetto avrebbe creato una superficie continua di pannelli per quasi 200 ettari. Il decreto ministeriale 764, firmato il 12 dicembre 2025, ha quindi chiuso la procedura con un esito negativo, 864 giorni dopo la presentazione dell’istanza.
La Regione Lazio aveva già espresso contrarietà il 14 marzo 2025, richiamando soprattutto la protezione della Zona di protezione speciale “Comprensorio Tolfetano-Cerite-Manziate”. Nel parere era stata citata anche la delibera regionale 171 del 2023, che assegnava alla provincia di Viterbo il 78.08% delle quote di potenza. Quella delibera è stata poi annullata dal Tar e, nel luglio successivo, anche dal Consiglio di Stato.
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Il 2 settembre 2026 il Tar del Lazio ha cancellato il decreto conclusivo e i pareri espressi dalla Commissione, dal ministero della Cultura e dalla Regione, con la sentenza 14547. Secondo i giudici, le amministrazioni hanno valutato l’intervento come se fosse un impianto fotovoltaico tradizionale a terra, senza considerare adeguatamente la natura rimovibile delle strutture, la permeabilità del terreno e l’assenza di fondazioni.
La sentenza ha inoltre criticato il modo in cui sono state respinte le osservazioni della società, giudicate attraverso formule generiche e non accompagnate da una spiegazione concreta. Il tribunale, tuttavia, non ha riconosciuto il diritto dell’azienda a ottenere l’autorizzazione: il ministero potrà pronunciarsi di nuovo, anche contro il progetto, purché fornisca ragioni adeguate.
Un arretrato che scoraggia gli investimenti
La storia di Tarquinia si inserisce in un quadro nazionale caratterizzato da migliaia di pratiche non definite. A gennaio, 1.234 progetti su 1.781 sottoposti all’esame del ministero dell’Ambiente risultavano ancora in attesa, pari al 69,3 per cento del totale secondo Legambiente. Diciassette domande erano ferme addirittura da prima del 2021.
Per il solo fotovoltaico, un’analisi dei dati del portale del Mase realizzata da Gis indicava al 10 settembre 502 procedimenti ancora nella fase tecnica. Di questi, 452 avevano superato il limite previsto dalla legge, per una potenza complessiva di 17,6 gigawatt e un ritardo mediano vicino ai 630 giorni.
La contrazione delle nuove richieste suggerisce quanto l’incertezza pesi sulle iniziative future: nel 2025 ne sono state presentate 149, il 75,3 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Giacchetti riassume il problema dal punto di vista di chi deve trovare capitali: “Come lo spiego io a un investitore internazionale che in Italia non c’è la certezza del diritto?”.
Nel caso di Tarquinia, il Lazio aveva già superato metà del traguardo fissato per il 2030, con un anticipo di 1.315 megawatt, risultando secondo Legambiente la sola regione ad aver raggiunto questo livello. Il progetto resta comunque legato alla tutela dell’area e al confronto sull’impatto paesaggistico e ambientale. Il nodo evidenziato dalla vicenda è anche procedurale: per stabilire se il diniego fosse sostenuto da motivazioni comprensibili sono serviti tre anni e due sentenze.
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